Intercettazioni telematiche con “Agente Intrusore” : La cassazione fa il punto

Il telefono cellulare è divenuto ormai oggetto che accompagna ogni nostro movimento ed è in grado, se utilizzato con finalità captatorie, di sottoporre l’individuo ad un indiscriminato controllo, non solo di tutta la sua vita privata ma anche dei soggetti che gli stanno vicino. L’intercettazione potrà dunque divenire ambientale e anche effettuarsi all’interno di un domicilio, poiché il telefono cellulare diviene un microfono e la sua telecamera una spia video”.

Di recente si è tornati a discutere sul delicato tema delle intercettazioni.

L’intercettazione d’urgenza telematica tramite agente intrusore (virus installato sullo smartphone) viola l’articolo 15 della Costituzione, nella misura in cui consente l’effettuazione di intercettazioni tra presenti ovunque senza delimiatazioni del decreto giudizale, perchè viene leso il fondamentale principio secondo il quale la libertà e la segretezza delle comunicazioni sono inviolabili, ammettendo una limitazione soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria e con le garanzie stabilite dalla legge.

Ad affermarlo è la VI Sezione Penale della Cassazione con sentenza, n. 27100 del 26 giugno 2015.

Il codice non offre una definizione di intercettazione, ma dal complesso normativo, si evince che essa consiste nell’apprensione occulta e contestuale, del contenuto di una conversazione o di una comunicazione in corso tra due o più persone da parte di altri soggetti, estranei al colloquio.

Con la sentenza in commento i giudici ermellini si sono pronunciati in merito all’ipotesi di intercettazione telematica d’urgenza tramite intrusione di un virus installato sullo smartphone.

A giudizio della difesa, l’intercettazione d’urgenza telematica tramite agente intrusore (virus informatico), di tutto il traffico dati, nonché di tutte le conversazioni tra presenti, comporterebbe una invasiva ed illegittima apprensione dei contenuti della memoria degli apparecchi cellulari attenzionati, consentendo al tempo stesso, la generale captazione di tutti i dati propri della sfera privata dei rispettivi utilizzatori, operazione peraltro, esulante dalla normativa prevista in tema di intercettazioni e perciò in aperta violazione dell’art. 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Non soltanto, ma utilizzando il sistema del virus informatico sul telefono cellulare, le intercettazioni effettuate non sarebbero oggetto di alcuna restrizione né temporale né spaziale.

A tal proposito, i giudici della Corte hanno dichiarato l’innammissibilità di tale forma “intrusiva” di intercettazione, perché in violazione dell’art.15 Cost. che sancisce la libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione.

La norma costituzionale pone infatti, il fondamentale principio secondo il quale la libertà e la segretezza delle comunicazioni sono inviolabili, ammettendo una limitazione soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria e con le garanzie stabilite dalla legge.

Ne deriva che le norme che prevedono la possibilità di intercettare comunicazioni tra presenti sono di stretta interpretazione, di talché l’unica opzione interpretativa compatibile con il dettato costituzionale è quella secondo la quale l’intercettazione ambientale deve avvenire in luoghi ben circoscritti e individuati ab origine e non in qualunque luogo si trovi il soggetto.

La giurisprudenza, ammette la variazione dei luoghi in cui deve svolgersi la captazione solo se rientrante nella specificità dell’ambiente oggetto dell’intercettazione autorizzata ( Cass. , Sez 6, n. 15396 dell’11-12-2007, Rv. 239634).

Nella stessa prospettiva, si ammette che, una volta autorizzata la captazione delle conversazioni in un determinato luogo, l’attività deve ritenersi consentita anche nelle pertinenze, senza necessità di ulteriore specifica autorizzazione: ma ciò proprio sulla base del presupposto che la pertinenza non possa considerarsi luogo diverso dall’abitazione principale, all’interno del quale l’intercettazione sia stata autorizzata (Cass. , Sez. 2 , n. 4178/11 del 15-12-2010, Rv. 249207).

Nel caso di specie, – aggiunge la Corte – la tecnica utilizzata consente, attraverso l’attivazione del microfono di telefono cellulare, la captazione di comunicazioni in qualsiasi luogo si rechi il soggetto, portando con sé l’apparecchio: ciò che, come poc’anzi evidenziato, non è giuridicamente ammissibile.

Si tratta, infatti, non (…) di una semplice modalità attuativa del mezzo di ricerca della prova, ma di una tecnica di captazione che presenta specifiche peculiarità e che aggiunge un quid pluris, rispetto alle ordinarie potenzialità dell’intercettazione, costituito, per l’appunto, dalla possibilità di captare conversazioni tra presenti non solo in una pluralità di luoghi, a seconda degli spostamenti del soggetto , ma- ciò che costituisce il fulcro problematico della questione- senza limitazione di luogo. Ciò è inibito, prima ancora che dalla normativa codicistica, dal precetto costituzionale di cui all’art. 15 Cost.

Occorre, dunque, che il decreto autorizzativo individui, con precisione, i luoghi nei quali dovrà essere espletata l’intercettazione delle comunicazioni tra presenti, non essendo ammissibile un’indicazione indeterminata o addirittura l’assenza di ogni indicazione, al riguardo.

Se poi i decreti autorizzativi non contengono alcuna specificazione dei luoghi ove effettuare l’intercettazione ambientale, le captazioni dovranno dichiararsi tutte illegittime e quindi inutilizzabili.

Nella stessa sentenza la Cassazione si è altresì, pronunciata in materia di videoriprese, effettuate attraverso l’attivazione, da remoto, della telecamera del telefono cellulare attenzionato.

Sul punto, già le Sez. U. 28-3-2006, n. 26795, hanno condivisibilmente stabilito che le videoregistrazioni in luoghi pubblici o aperti o esposti al pubblico, non effettuate nell’ambito del procedimento penale , vanno incluse nella categoria dei documenti , ex art. 234 cod. proc. pen. Le predette registrazioni, se vengono invece effettuate dalla p.g., anche d’iniziativa, vanno incluse nella categoria delle prove atipiche, soggette alla disciplina dettata dall’ art. 189 cod. proc. pen. Ma esse non possono essere espletate ovunque, perché le videoregistrazioni effettuate in ambito domiciliare, ai fini dei procedimento penale, sono acquisite illecitamente e sono perciò inutilizzabili, anche se la tutela costituzionale del domicilio va limitata ai luoghi con i quali la persona abbia un rapporto stabile, sicchè, quando si tratta di tutelare solo la riservatezza, la prova atipica può essere ammessa con provvedimento motivato dell’autorità giudiziaria. Vanno dunque tutelate dall’autorità giudiziaria ( p.m. o giudice ) le riprese visive che, pur non comportando intrusione domiciliare, violino la riservatezza personale (come, ad esempio,le riprese effettuate dalla polizia giudiziaria in un bagno pubblico).

Occorre pertanto verificare di volta in volta se, mediante l’attivazione da remoto della telecamera inerente al telefono cellulare, non siano state effettuate videoregistrazioni all’interno di luoghi di privata dimora o, comunque, tali da imporre la necessità di tutelare la riservatezza personale.

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