Da circa sei anni affianco alla mia attività di ricerca quella di perito fonico per il settore forense. Come molti di voi probabilmente già sapranno, non esiste un ordine riconosciuto e non esistono regole che definiscano il curriculum ottimale di un potenziale perito esperto di operazioni digitali in ambito audio. Dietro consiglio di un professore* lungimirante iniziai a indagare, a studiare e a raccogliere materiale a livello internazionale circa i processi psicoacustici della trascrizione, quelli psicologici, la speech analysis and comparison e molti altri settori scientifici che concorrono a delineare la macro-area che, in modo a mio avviso un po’ nebuloso, va sotto il nome di Audio Forensics. Mi accorsi ben presto che, se da un lato il settore, quasi inesplorato in Italia, offriva un vasto orizzonte lavorativo, dall’altro necessitava (e necessita) di passione, pazienza e curiosità per far fronte ai più o meno prevedibili ostacoli dettati dalla mancanza di norme specifiche. Mi trovai di fronte a una giungla di opinioni ed esperienze personali alle quali far fronte con la sola forza del buon senso e della voglia di migliorare una situazione sostanzialmente ancora embrionale. Non dico questo con intenti critici ed autoreferenziali poiché è un dato di fatto che in un settore lavorativo nuovo, o comunque di recente esplorazione e fortemente tecnologico, si debba fare i conti con una serie di problematiche naturali, prima tra tutte la necessità di divulgare possibilità tecniche reali e potenziali fino a quel momento sconosciute. D’altro canto, sebbene fossero poche, esistevano già ricerche di settore realizzate da illustri esperti di linguistica, psicologia e fonica che potevano essere testate e proposte. Lentamente, sbagliando e provando, ho raccolto un mio personale bagaglio di esperienze e maturato alcune considerazioni condivise poi anche da altri periti e ricercatori.

In questo mio primo intervento vorrei presentare quindi l’attività che svolgo da circa sei anni, in maniera diretta, divulgativa e leggera, per fugare qualsiasi dubbio circa gli scopi e gli ambiti di applicazione del mio lavoro. Quando mi chiedono quale sia la mia attività rispondo spesso per volontà di sintesi “esploro il suono” e ad una successiva richiesta di delucidazione procedo elencando: chitarrista, ricercatrice e perito fonico forense. Le prime due risultano temerarie ai più, ma abbastanza chiare (sempre che l’interlocutore non si addentri nei meandri del mio tema di dottorato!). La terza suscita un istintivo moto di curiosità e spesso la considerazione, tutto sommato comprensibile: “Ah, quindi misuri i decibel nei locali?”. Tralasciando la presenza del termine “forense”, che qualche dubbio dovrebbe farlo sorgere, comprendo che l’istinto sia quello di cercare una risposta attingendo da professioni conosciute e le perizie acustiche ambientali sono in tal senso ormai note ai più. Ogni volta quindi, è un ricominciare da capo, che con pazienza e passione porta però i suoi lenti e succosi frutti.

Ho imparato a rispondere in modo abbastanza conciso e chiaro, riassumendo circa nel seguente modo: “No, lavoro per Tribunali, Procure, Forze dell’Ordine e studi legali. Li aiuto nell’utilizzare al meglio le registrazioni audio. Elimino per quanto possibile i rumori di fondo, cerco di migliorare la comprensione delle voci in esse presenti, eseguo la comparazione tra voci note ed ignote e rispondo altri mille quesiti. Ogni volta è una sfida diversa”.

A quel punto solitamente l’attenzione dell’interlocutore si focalizza sulla comparazione, portando a domande quali “ma quindi puoi dire se qualcuno è colpevole o se dice la verità?” e molte altre dettate dalla curiosità morbosa che il tema per sua natura stuzzica. Mi offrono, va detto, su un piatto d’argento, quello che è il mio più grande desiderio: parlare dell’incertezza. Invece di continuare ammorbando il mio interlocutore con dissertazioni riguardo l’analisi fonetica e prosodica, lo libero di tale onere invitandolo a riflettere sul rovescio, ovvero cosa un perito fonico forense non possa fare.

Il regolamento dell’IAFPA (International Association for Forensic Phonetics and Acoustics http://www.iafpa.net/code.htm) riporta poche ma chiare regole tra le quali mi preme citare le seguenti:

5. In reporting on cases where an opinion or conclusion is required, Members should make clear their level of certainty and give an indication of where their conclusion lies in relation to the range of judgements they are prepared to give.

9. Members should not attempt to do psychological profiles or assessments of the sincerity of speakers.

Cosa NON fa un fonico forense? Non risponde mai con un sì o con un no a richieste come “il sig. X è colpevole?”, ma fornisce il risultato della perizia sotto forma di probabilità. Non decide mai, spacciando i propri metodi per macchina della verità, se un soggetto stia mentendo o meno. L’elenco potrebbe continuare, ma in sintesi, egli NONfornisce certezze. La potenzialità dell’incertezza intrinseca allunga la strada, ma rende più chiaro il panorama finale. Sarebbe comodo, ma penso anche spaventoso, in un mondo parallelo, avere la reale possibilità di rispondere con totale sicurezza sì/no alle intenzioni di una persona, penetrare all’interno della sua anima ascoltando una sua registrazione di mesi od anni prima, in contesti e situazioni che non possiamo ricostruire emozionalmente o fisicamente. Che piaccia o meno, la strada reale è ben più lunga e accettarne l’essenza permette di mirare a bersagli più alti con maggiore visibilità e minori possibilità di errore o contestazione.

L’incertezza permea ogni ambito di attività umana, ma senza addentrarmi in problemi filosofici che non mi competono, mi basta ricordare in questa sede che la misura è sempre, per natura, incerta e che il lavoro del perito fonico si basa su misure ed elaborazioni automatiche distribuite su più livelli, stratificate. Ad ogni passaggio quindi l’incertezza si amplifica rendendo il risultato finale un’ipotesi che starà a chi di dovere valutare nel contesto di riferimento. Ma se da un lato questa considerazione può spaventare, nella realtà, se diventasse parte integrante di un pensare comune, difenderebbe da ben più pericolosi errori di natura umana, quali ad esempio l’inesperienza, la superficialità, l’incapacità di individuare la malafede di terzi.

Si immagini un contesto di indagine preliminare nel quale sia necessario confrontare la voce di un sospettato con quella di un assassino di identità ignota. Si immagini di avere un classico materiale audio, ovvero una registrazione telefonica (voce nota) e un’intercettazione ambientale deteriorata, presa miracolosamente tramite un registratore inserito nel cruscotto di un’auto mentre piove e l’autoradio è accesa (voce ignota). L’ascolto soggettivo non fornisce anch’esso mai certezze, ma in questo caso nessuno (tranne un pazzo!) si prenderebbe la responsabilità di attribuire o meno l’identità dopo un ascolto in cuffia chiusa: la seconda registrazione è davvero troppo rovinata perché la membrana basilare non si arrenda assieme al resto dell’apparato auditivo. Si ricorrerebbe quindi all’analisi digitale del suono, che è comunque problematica a causa dell’alterazione delle formanti vocaliche e di altri parametri che non staremo qui ad elencare. Vi fidereste di qualcuno che, sulla base di questi presupposti, con certezza vi assicura che il colpevole non è la persona sospettata od il rovescio? Tralasciando in questa sede le modalità migliori per effettuare una comparazione di questo tipo, bisogna porre l’accento sulla necessità di ottenere spiegazioni circa i metodi usati dall’esperto. Il perito deve giustificare ogni scelta, ed ogni scelta se eseguita con coscienza non può fornire certezze. Bisogna imparare a diffidare di chi vende risposte sicure poiché nella sicurezza risiede la naturale mancanza di senso di responsabilità e coscienza scientifica. Se il risultato della nostra comparazione fosse una coincidenza delle voci per un ipotetico 80% (mero esempio pratico) ciò porterebbe a ulteriori indagini mirate, a scelte ponderate e, certo, anche difficili nella destinazione delle risorse umane ed economiche. Alla fine, però, il risultato sarebbe un insieme di elementi provenienti da fonti, situazioni, contesti diversi, i quali delineeranno uno scenario sicuramente più completo che non l’opinione di un singolo perito alle prese con un solo tipo di indizio. In definitiva, insomma, cosa fa un perito fonico? Analizza le registrazioni fornendo un parere secondo coscienza e regola d’arte, indicando una possibile strada. In attesa di procedure standard e personale formato uniformemente, diffidate delle strade semplici e comode, per quanto luccicanti esse possano apparire.

* Un grazie al professor Canazza dell’Università di Padova (Sound and Music Computing Group)

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