Effetti della sentenza di patteggiamento nel procedimento tributario

La Corte di Cassazione, con le recenti statuizioni espresse tramite l’ordinanza n. 13034 del 20.02.2017 e la sentenza n. 22862 del 29.09.2017, ha esplicitamente confermato come la sentenza emanata in sede penale ex art. 444 c.p.p. risulti idonea, in presenza di ulteriori elementi di prova, a fondare la responsabilità tributaria dei soggetti sottoposti ad accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Il principio non è di poco conto considerato che tale pronuncia, c.d. “sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti”, ha effetti diversi nei confronti dell’imputato, dovuto alla sua stessa natura (peraltro dibattuta in dottrina) ritenuta differente in maniera intrinseca dalla sentenza di condanna ex art. 533 c.p.p., (anche se è equiparata a quest’ultima per alcuni effetti).

In merito agli effetti extrapenali della sentenza patteggiata, essa è generalmente inefficace ma ciò non vuol dire che in sede civile o amministrativa non si possa procedere all’accertamento autonomo dei fatti illeciti oggetto del giudizio penale prendendo spunto da essa.

A conferma di questo principio, il giudice – al fine di decidere sulla questione autonoma ma collegata rispetto a quella penale – ben può valutare la sentenza esito del rito speciale previsto dal Titolo II, Libro VI, c.p.p.

Tale asserzione si basa sul fatto che la sentenza di patteggiamento presenta pur sempre un’ipotesi di responsabilità che il giudice di merito non può considerare priva di rilievo senza un’adeguata motivazione, oltre a costituire un evidente elemento di prova per il giudice di merito.

In tema di accertamento tributario, l’ordinanza n. 13034/17 – che ha accolto il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la decisione della Commissione tributaria centrale, sezione Bari, che ha confermato l’annullamento dell’avviso di accertamento emesso nei confronti di un contribuente a titolo di IRPEF ed ILOR – rinnovando un consolidato orientamento giurisprudenziale, afferma che: «il motivo è fondato, in base al consolidato principio secondo cui tale pronuncia costituisce indiscutibile elemento di prova per il giudice, il quale, ove intenda disconoscerne l’efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità ed il giudice abbia prestato fede a tale ammissione: detto riconoscimento, pertanto, pur non essendo oggetto di statuizione assistita dall’efficacia del giudicato ben può essere utilizzato come prova dal giudice tributario nel giudizio di legittimità dell’accertamento».

In maniera analoga, attraverso la sentenza n. 22862/17, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso contro la sentenza (a sua volta avente ad oggetto il ricorso avverso avviso di accertamento per IVA), poiché non sussiste alcun vizio di motivazione dell’avviso di accertamento, in quanto la Commissione Tributaria Regionale ha ritenuto adempiuto dall’Ufficio dell’Agenzia dell’Entrate il relativo obbligo, a fronte delle consulenze tecniche d’ufficio eseguite nel processo penale e della sentenza di patteggiamento, quest’ultima ritenuta ammissione di responsabilità e di conferma di quanto contenuto nelle consulenze.

Né tantomeno esiste alcun vizio della sentenza impugnata, giacché la CTR ha motivato la propria decisione in maniera congrua ed esaustiva, essendosi basata non soltanto sulla sentenza ex. art. 444 c.p.p. e sulle consulenze tecniche, ma su una serie di elementi comprovanti la legittimità dell’atto impositivo.

In conclusione, si evince come la sentenza di patteggiamento, nonostante non sia volta ad accertare la colpevolezza dell’imputato in toto, risulti essere uno strumento utile a fondare legittimamente la pretesa di accertamento della posizione debitoria dell’imputato – nei confronti dell’Agenzia delle Entrate nei casi di cui sopra e, più in generale a costituire un presupposto della responsabilità civile – purché supportata da altri elementi di riscontro o di supporto che ne supportino il contenuto.

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