Integra il delitto di indebita compensazione, il pagamento dei debiti fiscali mediante compensazione con crediti d’imposta a seguito del c.d. “accollo fiscale” ove commesso attraverso l’elaborazione o la commercializzazione di modelli di evasione fiscale.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1999 del 18 gennaio 2018, ha confermato il sequestro preventivo di oltre 42 milioni di euro nei confronti di un consulente fiscale coinvolto in un sistema fraudolento di indebita compensazione tributaria. Il provvedimento riguarda una complessa operazione di evasione fiscale realizzata attraverso l’utilizzo di crediti tributari inesistenti per compensare debiti fiscali di terzi.
Il Caso: Un Sistema di Evasione Basato su F24 e Accolli Fiscali
L’indagine ha rivelato che, tra il 2013 e il 2016, alcuni soggetti avrebbero effettuato indebite compensazioni mediante la trasmissione di modelli F24, dichiarando crediti fittizi per abbattere il proprio debito fiscale. Il professionista coinvolto, oltre a essere consulente fiscale di diverse società, avrebbe ideato e commercializzato un vero e proprio “modello di evasione fiscale” basato sull’accollo di debiti tributari da parte di società che, invece di versare le imposte, utilizzavano crediti inesistenti per compensare il dovuto.
La Procura di Milano ha sostenuto che tale meccanismo fosse strutturato per permettere a soggetti terzi di apparire in regola con il fisco senza effettuare i pagamenti dovuti, arrecando un danno erariale per oltre 42 milioni di euro.
La Decisione del Tribunale del Riesame e il Ricorso in Cassazione
Il Tribunale del Riesame di Milano, ribaltando una precedente decisione del GIP, aveva accolto la richiesta della Procura e disposto il sequestro preventivo per equivalente nei confronti del professionista, ritenendo fondata la sua responsabilità nel sistema fraudolento. Il ricorrente ha impugnato la decisione in Cassazione, sostenendo che:
Non sarebbe configurabile un concorso del consulente fiscale in un reato proprio del contribuente se non vi è un apporto materiale o morale consapevole alla frode.
- Il meccanismo di compensazione utilizzato non avrebbe determinato un arricchimento personale per il consulente, ma solo il pagamento di un compenso professionale regolarmente fatturato.
- L’operazione fiscale contestata non sarebbe stata penalmente rilevante, ma al massimo un’irregolarità amministrativa.
La Sentenza della Cassazione
La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del Tribunale del Riesame e sancendo alcuni importanti principi di diritto:
. Ruolo attivo del consulente fiscale: la Cassazione ha sottolineato che il professionista non si è limitato a fornire consulenza, ma ha avuto un ruolo essenziale nella certificazione dei crediti e nella trasmissione delle dichiarazioni, consentendo di fatto la realizzazione della frode.
. Indebita compensazione e reato proprio: il reato di indebita compensazione (art. 10-quater D.Lgs. 74/2000) può essere commesso da qualsiasi soggetto che utilizzi crediti inesistenti per abbattere imposte dovute, indipendentemente dalla qualifica di contribuente. Il consulente fiscale, se coinvolto attivamente nella costruzione del meccanismo fraudolento, risponde a titolo di concorso.
. Legittimità del sequestro per equivalente: la Corte ha ribadito che, nei reati tributari, il profitto illecito non si limita al vantaggio economico diretto, ma include il risparmio d’imposta ottenuto illecitamente. Il sequestro può quindi colpire tutti i soggetti coinvolti, indipendentemente dall’effettiva destinazione del denaro.
Implicazioni della Sentenza
Questa pronuncia rappresenta un chiaro monito nei confronti di professionisti e consulenti fiscali, riaffermando la loro responsabilità in caso di partecipazione attiva a operazioni illecite di evasione fiscale. L’elaborazione di modelli di elusione fiscale seriali può comportare un’aggravante specifica, in quanto denota un’attività sistematica di facilitazione della frode.
La Cassazione ha così ribadito che il professionista non può limitarsi a dichiarare la propria estraneità alle operazioni fraudolente se queste vengono da lui stesso ideate e facilitate. In questi casi, il coinvolgimento diretto lo rende coautore del reato e lo espone a misure restrittive, compreso il sequestro per equivalente.
Conclusione
Con questa sentenza, la Corte di Cassazione ha confermato un orientamento rigoroso nei confronti delle frodi fiscali basate su compensazioni indebite, ponendo particolare attenzione al ruolo dei professionisti che, invece di limitarsi a fornire consulenza, diventano ingranaggi essenziali di sistemi illeciti. Il sequestro per equivalente viene così confermato come strumento fondamentale per colpire i proventi di queste operazioni e garantire un effettivo recupero delle somme sottratte all’erario.
Cassazione penale n. 1999/2018
25 gennaio 2018










