Il Whistleblowing: il fine non giustifica i mezzi. La tutela non opera se il segnalante commette un reato per raccogliere informazioni

La recente sentenza della Corte di Cassazione penale (sentenza n.35792 del 26.07.2018), interviene nel pieno del dibattito avviato in dottrina e giurisprudenza sul Whistleblowing successivamente all’entrata in vigore della legge n.179/2017 che ha modificato il preesistente istituto previsto in ambito pubblico e, soprattutto, allargato l’operatività di esso all’ambito privato con l’introduzione di precisi obblighi per gli enti dotati di un modello di organizzazione e controllo ex D.Lgs. 231/2001.

La pronuncia rappresenta un primo punto di incontro, probabilmente suscettibile di successive evoluzioni, tra i fautori di un sistema di denuncia e tutela senza limiti e senza confini e i sostenitori di una regolamentazione che consenta ai potenziali segnalanti e agli enti di costruire insieme un contesto aziendale virtuoso.

Gli Ermellini sono stati chiamati a decidere su un ricorso al termine di un procedimento penale a  carico di un lavoratore che, per dimostrare la vulnerabilità del sistema informatico adottato dal datore di lavoro, aveva utilizzato account e password di altro dipendente, creando un falso documento di cessazione del rapporto per un soggetto mai impiegato.

Imputato per il reato di accesso abusivo ad un sistema informatico, ex art. 615 ter c.p., fondava la sua difesa proprio sull’operatività del c.d. whistleblowing, in quando la sua condotta sarebbe stata finalizzata alla denuncia di un adempimento di un dovere del datore di lavoro e quindi invocava l’applicazione della scriminante dell’adempimento del dovere ex articolo 51 del codice penale.

La Cassazione ha concluso per la non applicazione della scriminante e quindi per la sua colpevolezza.

Preliminarmente, la Corte ha evidenziato come la legge 179/2017 sul whistleblowing, abbia una duplice finalità di favorire l’emersione all’interno della PA di fatti illeciti per rafforzare il contrasto alla corruzione e di delineare un particolare status giuslavoristico a tutela del dipendente che segnala gli abusi, salvandolo da sanzioni, licenziamenti o discriminazioni collegate alla segnalazione.

Tuttavia, sottolineano i Giudici di legittimità, la norma de qua non ipotizza nessun obbligo di attiva acquisizione di informazioni autorizzando improprie attività investigative, in violazione dei limiti imposti dalla legge.

Testualmente nella sentenza in commento si legge che “così sinteticamente delineata la disciplina invocata dal ricorrente quale fonte di un dovere giuridico a cui l’imputato avrebbe inteso ottemperare, emerge, all’evidenza, come la normativa citata si limiti a scongiurare conseguenze sfavorevoli, limitatamente al rapporto di impiego, per il segnalante che acquisisca, nel contesto lavorativo, notizia di un’attività illecita, mentre non fonda alcun obbligo di attiva acquisizione di informazioni, autorizzando improprie attività investigative, in violazione dei limiti posti dalla legge”.

E ancora che “la mancata previsione di un obbligo informativo non consente di ritenerne la configurazione neanche in forma putativa, non profilandosi come scusabile alcun errore riguardo l’esistenza di un dovere che possa giustificare l’indebito utilizzo di credenziali d’accesso a sistema informatico protetto – peraltro illecitamente carpite in quanto custodite ai fine di tutelarne la segretezza – da parte di soggetto non legittimato”.

La conclusione è che “l’insussistenza dell’invocata scriminante dell’adempimento del dovere è fondata sui medesimi principi che, in tema di “agente provocatore”, giustificano esclusivamente la condotta che non si inserisca, con rilevanza causale, nell’iter criminis, ma intervenga in modo indiretto e marginale, concretizzandosi prevalentemente in un’attività di osservazione, di controllo e di contenimento delle azioni illecite altrui”.

Per la Cassazione penale, dunque, il dipendente che si improvvisa investigatore, violando la legge per raccogliere prove di illeciti nell’ambiente di lavoro, non può invocare la tutela del whistleblowing.

Scarica il testo integrale della sentenza cassazione-35792-2018

 

 

 

 

 

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