Interessante sentenza della Corte di Cassazione che con la pronuncia 40074 del 6.09.2018 ritorna sul tema del valore dei messaggi di WhatsApp contenuti in un cellulare sottoposto a sequestro e sulla relativa disciplina applicabile.

In merito, gli Ermellini hanno dapprima richiamato il principio secondo cui “non è applicabile la disciplina dettata dall’art. 254 cod. proc. pen. in tema di sequestro di corrispondenza, bensì quella prevista dall’art. 234 stesso codice, concernente i documenti, con riferimento a messaggi whatsapp ed sms rinvenuti in un telefono cellulare sottoposto a sequestro, in quanto questi testi, non costituendo il diretto obiettivo del vincolo, non rientrano neppure nel concetto di “corrispondenza”, la cui nozione implica un’attività di spedizione in corso o comunque avviata dal mittente mediante consegna a terzi per il recapito”.

Infine, a fronte di specifica doglianza della difesa sulla presunta violazione dell’articolo 254 del c.p.p., hanno concluso che “deve rilevarsi che anche il richiamo alla disciplina delle intercettazioni non risulta pertinente, dovendosi ribadire la recente affermazione di questa Corte (Sez. 5, n. 1822 del 21/11/2017, Rv. 272319, invero già anticipata dalla citata sentenza n. 928/16), secondo cui i messaggi whatsapp e gli sms conservati nella memoria di un telefono cellulare sottoposto a sequestro hanno natura di documenti ai sensi dell’art. 234 cod. proc. pen., sicchè la loro acquisizione non costituisce attività di intercettazione disciplinata dagli art. 266 e ss. cod. proc. pen., atteso che quest’ultima esige la captazione di un flusso di comunicazioni in atto ed è, pertanto, attività diversa dall’acquisizione ex post del dato conservato nella memoria dell’apparecchio telefonico, che documenta flussi già avvenuti”.

Scarica il testo integrale della sentenza. 

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