La valutazione della prova grafica nel processo penale


Il presente articolo, pubblicato in Attualità Grafologica nr. 128 gennaio-giugno 2016, costituisce il contenuto della relazione tenuta nell’ambito del Corso di Alta Formazione in Analisi dei fenomeni criminali, a.a. 2014/2015 (Coordinatore scientifico Prof. Avv.Elio Palombi) presso l’Università degli studi di Napoli Federico II, Dipartimento di Scienze Politiche.

Il problema del rapporto tra scienza e diritto è da tempo oggetto di studio (e di contrasto) sia a livello nazionale che internazionale; infatti dai più recenti fatti di cronaca si apprende come le nuove tecniche scientifiche per l’accertamento dei fatti stiano assumendo sempre più rilevanza nelle aule di giustizia, tanto che Mirjan Damaska afferma che «guardare al futuro del processo penale oggi significa soprattutto parlare della progressiva adozione di modelli scientifici nell’indagine sui fatti, dal momento che un numero sempre più elevato di fatti rilevanti al processo può essere dimostrato soltanto con elementi tecnici sofisticati» (Damasca, 2003, pag. 205).

Damaska ha sotto gli occhi la realtà giudiziaria statunitense, ma il dilagare della scienza nel processo penale è un fenomeno di assoluta evidenza anche in Italia.

Il giudice, nello svolgimento della sua attività, deve spesso ricostruire un fatto avvenuto nel passato (lost fact) non più riproducibile nell’esperienza attuale, mediante la retrospezione, seguendo le tracce con strumenti di ricerca che appartengono allo storico (come ad esempio le testimonianze) oppure con strumenti che appartengono allo scienziato, ovvero per mezzo della prova scientifica(1) (verità tecnica) e dei testimoni esperti (expert testimony).

In sostanza si può affermare che all’essenza stessa del processo, e in particolare del processo penale, è connaturale l’attitudine a produrre conoscenza e sapere(2).

Questo tema si innesta e si identifica, anche per i fini del presente lavoro, nella questione dei diversi modelli processuali e delle loro diverse attitudini a produrre conoscenze attendibili e saperi affidabili al fine di un raggiungimento di una verità processuale quanto più vicina alla verità storica.

Si può parlare di verità nel processo solo laddove «le probabilità del contrario sono confinate in un’area così ristretta da essere convenzionalmente accettata». (Fassone, 1986, p. 111)

La perizia grafica forense, essendo nel processo un mezzo di prova, affinchè venga acquisita e produca nello stesso gli esiti per cui è stata richiesta, dovrà necessariamente attenersi ai criteri di scientificità imposti, non solo dalla comunità scientifica di appartenenza, ma anche da quelli comuni a tutte le scienze criminalistiche(3).  È per questo che non si può parlare di perizia grafica forense senza prima affrontare lo spinoso problema della prova scientifica.

Comunemente si utilizza il termine “prova scientifica” per riferirsi a tutti quegli accertamenti che producono un risultato utile per il processo e che richiedono, per il loro espletamento, il ricorso a conoscenze tecnico-scientifiche.

Questa tipologia di prova «è individuabile ogni qualvolta l’accertamento dei fatti richieda delle tecniche e delle nozioni che trascendono la soglia del sapere medio, e dunque il patrimonio di conoscenza del giudice in quanto rappresentante della cultura media, e non sono pertanto riconducibili entro il campo delle massime d’esperienza»(4).(Taruffo, 1990, p. 4).

Secondo Dominioni si può parlare di prova scientifica «in presenza di operazioni probatorie per le quali, nei momenti dell’ammissione, dell’assunzione e della valutazione, si usano strumenti di conoscenza attinti alla scienza e alla tecnica, cioè a dire principi e metodologie scientifiche, metodiche tecnologiche, apparati tecnici il cui uso richiede competenze esperte». (Dominioni, 2005, p. 12)

Superando quelle che sono le definizioni accademiche di prova scientifica, e per i fini di questo lavoro, se ne possono sinteticamente dare due descrizioni:

  • prova scientifica in senso stretto;
  • prova scientifica in senso lato.

La prova scientifica in senso stretto è la prova che si basa su leggi scientifiche, mentre la prova scientifica in senso lato è quella che si basa non solo su leggi scientifiche ma necessariamente su un metodo scientifico.

Non vi può essere una prova scientifica se alla base non vi sia un metodo scientifico.

Tale distinzione è necessaria in quanto vi sono dei casi in cui la prova scientifica (conoscenze tecniche o altamente specialistiche) non si fonda sulle leggi scientifiche.

Ciò che caratterizza la prova scientifica non è, dunque, la rigorosa possibilità di utilizzare leggi scientifiche, ma l’adozione del metodo scientifico, cioè il metodo che ricostruisce l’evento analizzato con l’esame analitico di tutti i segmenti dell’evento, pervenendo alla sua spiegazione con l’utilizzazione del metodo induttivo che ci consente di ricomporre i frammenti della realtà in un quadro unico.

Il metodo scientifico è quel procedimento che trova la sua applicazione nella ricerca induttiva condotta secondo criteri che possono essere ritenuti metodologicamente corretti perché accettati e verificabili e non basati, invece, sull’intuizione o su congetture formulate dall’esperto o dalle parti.

La conoscenza è scientifica in quanto è possibile sottoporre a smentita, e cioè a falsificazione, la singola regola o il metodo applicato.

Questo è il caso concreto della perizia grafica forense, dove mancano leggi scientifiche di copertura, anche se sono presenti metodi e protocolli di indagine indicati dalle comunità scientifiche di riferimento (nazionali ed internazionali)(5); a tal proposito occorre prendere atto «con riguardo alla prova del fatto nell’ambito delle fattispecie di falso materiale […] nel settore della grafologia, al di là della incrementata possibilità di usufruire di mezzi informatici che riducono l’alea delle considerazioni e valutazioni di periti e consulenti, queste ultime continuano ad avere un peso risolutivo, posto che il giudizio finale, pur postulando una corretta acquisizione dei dati, poggia prevalentemente sull’interpretazione dei medesimi sulla quale, inevitabilmente, influiscono fattori quali la saggezza, l’esperienza professionale, nonché l’apprezzamento personale di colui che deve esprimere il proprio parere»(6), aspetti questi che non sono in alcun modo controllabili in maniera oggettiva dalle parti processuali.

Nell’esperienza di tutti giorni, nelle aule di giustizia penale, assistiamo a giudici che si trovano di fronte a prove scientifiche testimoniate con terminologie e metodiche differenti, le quali giungono a risultati diversi e, talvolta, contrastanti. Ad esempio, possiamo trovare da un lato il consulente tecnico del pubblico ministero che testimonia una certa verità tecnica e, dall’altro lato, il consulente della difesa che testimonia un’altra verità tecnica. Il problema del giudice è dunque stabilire quale verità tecnica sia più attendibile.

In termini più concreti, il problema o dilemma del giudicante è quello di stabilire la valenza epistemica di una prova. Come può il giudice stabilire una valenza epistemica di una prova scientifica introdotta in un processo penale?

Come è noto, il codice non indica al giudice il criterio per valutare in positivo o in negativo la scientificità di un metodo o di una teoria, tuttavia in letteratura vi sono diversi criteri perla valutazione di una prova.

Sinteticamente, e per i fini di questo intervento, possiamo distinguere due metodi che sono comunque collegati l’uno all’altro:

  • il metodo soggettivo;
  • il metodo oggettivo.

Il criterio soggettivo fonda le proprie basi sulla valutazione (professionale) della persona (esperto) che testimonia una determinata verità tecnica in giudizio:

  • titoli;
  • preparazione;
  • training;
  • background;
  • esperienze in problematiche affini;
  • pubblicazioni scientifiche;
  • docenze e così via.

Nel processo penale, ma anche in quello civile, il criterio della valutazione soggettiva viene del tutto sottovalutato.Ciò avviene già nella prima fase di iscrizione all’albo dei consulenti tecnici del tribunale di residenza, dove non vi è alcun (reale) controllo sui titoli.Nel caso degli esperti in perizia grafica, addirittura, è sufficiente un corso intensivo di poche settimane per accedere negli elenchi di alcuni tribunali di residenza e divenire “testimone esperto”. Non vi è alcun obbligo di praticantato e il novello iscritto può, di fatto, dal giorno successivo all’iscrizione, essere nominato perito in un processo penale, membro di un collegio peritale così come consulente tecnico della Procura viziando, in caso di apporto non scientifico al giudizio o all’indagine, il convincimento del giudice e la rispettiva verità processuale.

Vorrei ricordare il caso di un “esperto”,in questo caso nominato di parte in giudizio penale, dove, dietro esplicita richiesta della pubblica accusa, ha pubblicamente ammesso di non avere titoli e di essere autodidatta. L’esperto in questione, quindi, anche se autodidatta, ha comunque fornito il proprio contributo (anti)scientifico al processo, viziando il libero convincimento del Giudice(7).  

Questo, insieme ad altri, è uno dei motivi per cui vi è mancanza di serietà e professionalità tra gli esperti, scarsa conoscenza delle procedure e, quel che è più grave, una scarsa qualità degli elaborati tecnici.

Sempre nel criterio soggettivo di valutazione di una prova scientifica, il magistrato, al momento del conferimento dell’incarico, dopo aver accuratamente valutato i titoli e la preparazione dell’esperto (perito o consulente), dovrebbe chiedere e conoscere le sue reali esperienze in merito alle specifiche questioni da trattare.

Anche il Consigliere di Corte di Cassazione Carlo Brusco, in riferimento ai criteri di valutazione di una prova scientifica, ha attribuito estrema importanza al valore soggettivo, vale a dire alla corretta comprensione delle qualifiche tecniche e scientifiche dell’esperto nominato. (Brusco, 2009).

Il secondo criterio di valutazione di una prova scientifica, che necessariamente si incardina nel primo completandolo, è quello oggettivo.

Tale criterio trova immediata applicazione nel momento in cui il giudice si trova nella drammatica incertezza di valutare tra più testimonianze esperte in contrapposizione tra loro. Come può il giudice stabilire la valenza epistemica della prova? Il più delle volte demanda la decisione al proprio perito il quale, secondo una errata aspettativa positivistica della scienza, è portatore della scienza esatta (illimitata, completa, infallibile) e della verità fattuale. Nulla di più sbagliato!

In Italia siamo ancora radicati al concetto che la perizia è una prova del giudice e come tale il giudice deve appiattirsi ad essa.

Al giudice, in presenza del perito, è chiesto di non appiattirsi alle conclusioni dell’esperto e, in assenza del perito, di non improvvisarsi “tecnico” o “pseudo scienziato” dal sapere enciclopedico, secondo il mito del judex peritus peritorum, bensì di essere in grado di valutare a quali condizioni una tecnica investigativa possa essere ritenuta valida e portatrice di scientificità e di informarsi sui presupposti di validità del metodo scientifico utilizzato nel processo.

Se il giudice fosse in grado di valutare una prova scientifica secondo le personali conoscenze specialistiche, ciò comporterebbe un problema in relazione all’esercizio del diritto delle parti al contraddittorio che dovrebbe essere esercitato, in modo anomalo, non nei confronti di un esperto ma del medesimo giudice.

 Il giudice deve essere garante dell’affidabilità della prova scientifica e non custode del metodo scientifico.

Anche se, facendo proprie le parole diMichele Taruffo, per il magistrato può talora risultare «impossibile controllare la validità del metodo seguito dall’esperto, poiché proprio il metodo sfugge alla cultura media e richiede cognizioni di alta specializzazione per essere valutato, e non solo per essere concretamente applicato». (Taruffo, 2004, p. 493)

Nella pratica giudiziaria questo controllo può essere esercitato, per esempio, con l’invito del giudice (ma anche del PM o del difensore) ad esibire copia degli studi scientifici trattati, del metodo o tecnica che l’esperto intende utilizzare vagliando poi i risultati che gli esperti del settore hanno tratto dall’esame delle metodiche che si intendono utilizzare, e così via. Ma in nessun caso il «giudizio sulla validità della prova o del metodo scientifico adottato può essere delegato al perito (o al consulente tecnico) non solo perché questi, nella maggioranza dei casi, tenderà a sopravvalutare la validità del metodo nel quale è esperto ma perché la valutazione sull’attendibilità scientifica della prova, riguardando la sua ammissibilità e rilevanza, è compito esclusivo del giudice che lo eserciterà nel contraddittorio delle parti avvalendosi, ovviamente, anche delle informazioni fornitegli dall’esperto ma non limitandosi ad esse soprattutto nel caso di contestazione della validità» (Brusco, 2009).

Il mito del judex peritus peritorum nasconde un paradosso: il giudice nomina il perito perché non è in grado di effettuare lui stesso un accertamento di tipo scientifico (ex art. 220 c.p.p.). Eppure si pretende che sia il giudice stesso a valutare l’esito della prova scientifica peritale, nell’obiettivo di stabilire se vale la pena di servirsene ai fini della decisione sui fatti.«Pertanto, si presuppone che il giudice possa effettuare ex post una valutazione su cognizioni scientifiche che egli stesso non possedeva ex ante». (Taruffo, 2004, p. 492)

Il paradosso è però solo apparente; ciò che si richiede al giudice non è di rifare la consulenza, con esperimenti, analisi, e quant’altro possa occorrere, al fine di verificare se il consulente ha svolto correttamente il suo incarico: ciò sarebbe evidentemente assurdo, impossibile e, appunto, paradossale. Tuttavia è necessario che il giudice sia in grado almeno di valutare la validità dei metodi di cui il consulente si è servito per svolgere il suo compito. Il giudice, quindi, è tenuto a motivare specificatamente il suo dissenso dalle conclusioni del consulente e, almeno in questo caso, occorre che egli sappia impiegare le nozioni tecnico-scientifiche necessarie.    

È necessario dunque uscire da un circolo che rischia di diventare vizioso e di bloccare il discorso proprio sul paradosso che invece si deve superare. La via d’uscita è data dall’elaborazione di quei criteri di controllo, che costituisce il reale problema della prova scientifica; infatti le ricerche in altri paesi, specie negli Stato Uniti, sono costantemente impegnate proprio su questo terreno già a partire dagli inizi del novecento, sollecitate dall’evolvere della scienza e della tecnica e dalle diverse concezioni epistemologiche che si succedono o si contrappongono nell’ambito scientifico e, conseguentemente, in quello giudiziario.  

Un autore molto importante che ha trattato con rigore scientifico questo spinoso argomento è M. A. Farley (Farley, 1993) il quale, con i suoi sedici criteri, ha costituito ulteriori parametri (in aggiunta agli standard Daubert del 1993)(8),utilizzabili anche nel nostro sistema processuale, per la valutazione di affidabilità della prova scientifica (si pensi alla qualificazione scientifica del consulente, al precedente impiego della tecnica in altri casi giudiziari, alla necessità di tener conto del margine di soggettività nell’interpretazione dei risultati, all’esistenza di conferme esterne dell’accertamento ecc.).

Tra questi si possono sinteticamente proporre, in forma rielaborata per il presente lavoro, i seguenti criteri valutativi:

  • l’esperto ha argomentato le proprie conclusioni o giudizi?
  • nella fase di discriminazione delle ipotesi, l’esperto ha proceduto a falsificare tutte le ipotesi ritenute non privilegiate?
  • le conclusioni dell’esperto si fondano su leggi scientifiche riconosciute dalla comunità scientifica di appartenenza?
  • In assenza di leggi scientifiche, le conclusioni tecniche dell’esperto sono frutto di un rigoroso processo analitico oggettivo che si basa su un comune protocollo scientifico oppure sono conclusioni frutto di fughe intuizionistiche? 
  • le premesse da cui è partito l’esperto sono corrette?
  • quando l’esperto ha escluso il nesso di causalità in ordine a determinati fattori ha spiegato e dimostrato secondo quale teoria i fattori non potevano avere efficacia causale?
  • ha spiegato e qualificato il margine di soggettività nella lettura e interpretazione dei risultati emersi dalle proprie indagini?
  • Qual è il tasso di errore noto o potenziale del metodo scientifico adottato e dell’accertamento condotto? (9)

Questi sono solo alcuni criteri di carattere obiettivo che dovrebbero sostenere il giudice nella valutazione oggettiva della prova scientifica e nella valutazione di più  prove testimoniate in contrasto tra di loro.

Va precisato che le maggiori garanzie sulla validità e sulla produzione di risultati scientificamente corretti al processo si baseranno sulla reale assicurazione del contraddittorio già nelle prime fasi delle attività tecniche e dell’assunzione dell’incarico d’ufficio, mediante la presenza attiva di un consulente di parte, figura che dovrebbe mostrarsi in grado di criticare obiettivamente, anche proponendo soluzioni alternative, l’attività dell’esperto della parte pubblica.

Il diritto al contraddittorio deve potersi esercitare, quindi, anche nei confronti del metodo utilizzato, sulla competenza dell’esperto, sia in generale che sul caso specifico, al fine di stabilire l’effettiva idoneità scientifica che deve produrre, come già detto in principio, conoscenza attendibile e sapere affidabile. 

Prima di concludere vorrei riportare il messaggio fortissimo emerso dal NAS(10) Report, il rapporto formativo avviato su mandato del Congresso degli Stati Uniti e concluso nel febbraio del 2009. Ebbene la conclusione a cui giunge il rapporto è che, in tutte le cosiddette scienze forensi (ad esclusione dell’analisi del DNA), quello che manca è proprio la scientificità. L’interpretazione dell’evidenza forense è affidata, per lo più, al giudizio soggettivo del tecnico; giudizio non sostenuto da studi scientifici pubblicati e accreditati che dimostrino il fondamento e la validità scientifica elle tecniche forensi utilizzate.

Le raccomandazioni sono numerose, tra queste ritroviamo:

  • promuovere lo sviluppo delle scienze forensi attraverso la raccolta sistematica di analisi di dati;
  • incrementare l’attività di ricerca per validare le premesse di base di ciascuna disciplina e i metodi;
  • standardizzare la terminologia;
  • standardizzare le procedure secondo il parametro della best practice(11);
  • migliorare il training ela formazione.

È questo che si chiede al giudice: che dia coerentemente e logicamente conto della scelta operata senza appiattirsi sulle conclusioni dell’esperto, quasi si trattasse di una prova legale.

Queste sintetiche considerazioni mostrano che l’applicazione di standard di validità scientifica ai diversi tipi di prove, in particolare a quella grafica, è un compito estremamente complesso e problematico. Tuttavia, e malgrado le difficoltà, è un compito necessario: se si crede che una decisione giudiziaria corretta richieda un’accurata e veritiera ricostruzione dei fatti, e se si considera che la scienza sta diventando un metodo comune per accertare i fatti, allora stabilire quali metodi (e quali esperti) siano realmente scientifici e quali non lo siano è una condizione essenziale per una corretta amministrazione della giustizia.

In conclusione, si sottolinea che l’esperto forense, nella sua veste di teste scientifico, non dovrebbe (e in realtà non potrebbe) valutare e quantificare la probabilità di una certa ipotesi (accusatoria o difensiva), ma solamente fornire correttamente il valore del rapporto di verosimiglianza della (o delle) prove/indizi. Tuttavia, nell’identificazione personale per mezzo della mano scrittura, al contrario di altri accertamenti in ambito forense, il soggetto a cui risulta attribuita la paternità di una scrittura indagata viene identificato con il reo; e quindi, l’esperto, in buona sostanza, esprime l’ipotesi a posteriori ovvero la risposta al quesito. Sia bene inteso l’enunciazione da parte dell’esperto dell’ipotesi a posteriori non include, nel suo intrinseco ragionamento, la conferma del capo d’imputazione.

L’enunciazione ditale ipotesi è categoricamente circoscritta alle risultanze peritali emerse dall’accertamento tecnico. E, infatti, così come il procedimento logico nel processo penale deve condurre alla conclusione caratterizzata da un “alto grado di credibilità razionale”(12) con lo stesso ragionamento, in ambito di accertamento forense, le conclusioni, e quindi i rispettivi accertamenti, devono esplicitare i gradi di resistenza alle ipotesi equiprobabili contrarie, prima di confermare che il soggetto in indagine sia responsabile del fatto di reato. 

Quindi, nel confermare in via generale il limite del teste scientifico nel non poter formulare ipotesi accusatorie a posteriori, si deve tuttavia concedere un’eccezione alla fattispecie documentale/manoscritturale in quanto la natura intrinseca dell’accertamento impone di identificare l’autore del fatto con il colpevole(13). Tuttavia, così come suggerisce Tonini, «è necessario evitare che la scienza si tramuti in una scorciatoia del processo penale». (Tonini, 2011, p. 19)

Da qui è particolarmente sentita la necessità di un’etica condivisa dell’esperto, che serva come barriera a qualsiasi manipolazione, deformazione, omissione e contaminazione, poiché dall’esito di un accertamento tecnico o di una perizia, in quanto prova, può dipendere l’assoluzione o la condanna dell’imputato.

Nel panorama dell’attuale processo l’accertamento peritale è il mezzo attraverso il quale è possibile pervenire alla verità tecnica. La scientificità della stessa è fondamento principe affinché si possa addivenire ad una corretta indagine nonché discriminare tra pseudo scienza (junk science) e vera scienza (good science). È giusto mettere in guardia, nell’interazione tra dinamiche probatorie e metodo scientifico di accertamento dei fatti, sui rischi connessi all’impiego di metodi pseudo scientifici non affidabili i quali, necessariamente, influenzeranno la “verità” processuale.

L’esigenza di procedere a perizia grafica con un protocollo scientificamente approvato e attraverso chiari ed univoci standard di riferimento – stante l’attuale vuoto normativo – nasce dal fatto che la magistratura, oggi, si potrebbe trovare ancora nel drammatico paradosso di dover decidere in una condizione di incertezza probatoria.

Le storiche sentenze Frye (1923), Daubert (1993) e Kumho (1999),le quali hanno modificato profondamente il modo di intendere la scienza nei processi nordamericani, influenzano numerosi ordinamenti giuridici, ed anche inItalia si ritrova la tendenza a codificare i criteri di scienza valida ai fini del diritto.

Pertanto, si auspica che anche nella perizia grafica forense sia adottato un protocollo condivisibile da tutti gli esperti e verificabile dai Magistrati, in quanto, anche a seguito della legge n° 4 del 14/01/2013, è particolarmente sentita la necessità di un’etica condivisa dell’esperto, che serva come barriera a qualsiasi manipolazione, deformazione, omissione e contaminazione, ricordando che, dall’esito di un accertamento tecnico o di una perizia, può dipendere l’assoluzione o la condanna dell’imputato, e comunque l’esito del processo.

Note

(1) Propedeutico ad ogni ragionamento sulla “prova scientifica” è tentare di dare una definizione di scienza. Per questa definizione rinvio alle parole di P. Tonini, il quale definisce scienza «quel tipo di conoscenza che ha le seguenti caratteristiche: ha per oggetto i fatti della natura; è ordinata secondo un insieme di regole generali che sono denominate leggi scientifiche e che sono collegate tra loro in modo sistematico; accoglie un metodo controllabile dagli studiosi nella formulazione delle regole, nella verifica e nella falsificabilità delle stesse». (Tonini, 2007, p. 49)

(2) Occorre considerare che la specificità indica un sapere che va oltre la soglia della conoscenza comune (Curtotti, 2007, p. 604). Infatti, a ben vedere, non è altro che un’estensione alla perizia del criterio ordinario della rilevanza di cui all’art. 190 c.p.p., applicando il quale basta che esista almeno un dubbio sulla necessità di un sapere superiore a quello comune ed il mezzo di prova“perizia” deve essere ammesso.

(3)F. Mantovani, nel 1979, ha definito la Criminalistica come «quella particolare tecnica dell’investigazione criminale che studia il complesso dei mezzi, suggeriti dalle varie scienze, per l’accertamento del reato e la scoperta dell’autore e dalla quale appartiene una massa di nozioni di medicina legale, di dattiloscopia, di antropometria, di balistica giudiziaria, di grafometria, di tossicologia forense…..»tratto da http://www.scenacriminis.com. Il corpo interdisciplinare rappresentato dalla Criminalistica è il seguente: Balistica, Biologia, Chimica e Chimica tossicologica, Dattiloscopia, Diritto (Procedura penale, Diritto penale e Leggi speciali), Esplosivistica (esplosivi ed infiammabili), Fisica,Fonica, Geologia, Grafologia (indagini grafiche), Informatica (criminalità informatica e scienza informatica), Medicina legale, Residui da sparo,Statistica, Videofotografia ed altre.

(4) M. Taruffo, Libero convincimento del giudice, (Dir. Proc. Civ.), in Enc. Giur., vol. XVIII, Roma 1990, pag. 4.

(5)Cfr. European Network of Forensic Science Institute (ENFSI); Scientific Working Group for Forensic Document Examination (SWGDOC); European Network of Forensic Handwriting Experts (ENFHEX).

(6) Trib. Milano, Sez. VII, 29 marzo 2007, in Foro ambrosiano 2007, n.2, p. 183.

(7) In un sistema accusatorio, seppur temperato come quello italiano, i consulenti di parte dovrebbero avere l’obbligo di verità e, così, sarebbero collocati su un piano di parità rispetto al perito; al tempo stesso, la consulenza tecnica di parte dovrebbe essere collocata tra i mezzi di prova, così come accade per il testimone esperto inInghilterra. In Italia, viceversa, i consulenti di parte rappresentano più una forma di difesa tecnica che uno strumento equiparabile alla perizia. Ad esempio, l’assenza dell’obbligo sostanziale di verità, penalmente sanzionato, porta a svilire, in concreto, il ruolo dei consulenti privati, che non riescono a contrapporsi al perito creando le premesse per un contraddittorio vero e proprio. (Focardi, 2003, p. 191-192).

(8) Successiva alla sentenza cosiddetta Daubert, nella decisione Kumho Tinenel 1999 la Corte Suprema ha ulteriormente affermato la propria volontà di migliorare la qualità dei testimoni esperti introdotti nei processi; in primo luogo sciogliendo affermativamente l’ambigua questione se i criteri delineati in Daubert potessero essere applicati anche alla testimonianza esperta “non scientifica”, estendendo l’obbligo per il giudice di esercitare la funzione di gatekeeper nella sorveglianza di qualsiasi tipo di conoscenza tecnica o specializzata (quindi anche non scientifica), utilizzando gli standard delineati in Daubert solo qualora i medesimi risultino pertinenti alla natura della questione, alla competenza dell’esperto (al caso specifico)ed all’oggetto della sua testimonianza.      

(9) È proprio la conoscenza del tasso di errore che permette di confermare che la teoria adottata è stata controllata in modo serio.

(10) Acronimo di National Academy of Sciences.

(11) Il significato è quello di migliore prassi: si intendono le esperienze, le procedure e le azioni più significative o comunque quelle che hanno permesso di ottenere i migliori risultati, relativamente a svariati contesti e obiettivi preposti.

(12) Il che corrisponde alla “certezza (o verità) processuale” che, eliminata l’interferenza di schemi esplicativi alternativi mediante la prova per esclusione, l’imputato sia responsabile del fatto di reato. A tal proposito si verifichi Cass., Sez. Un., 10 luglio 2002, Franzese.

(13) Nel panorama delle prove si è soliti distinguere tra la“prova diretta” e la “prova indiretta” (o “indiziante” o “critica”) a seconda che questa abbia oggetto o meno il fatto attinente il thema probandum (e cioè il fatto costituente l’imputazione)principale. Si avrà, quindi, “prova diretta” tutte le volte in cui la prova si riferisce direttamente al fatto di reato indicato in imputazione e che consente in via immediata di concludere circa la sua sussistenza o meno.

Riferimenti bibliografici

Brusco C. L’ingresso del dato scientifico nel processo penale: forme, garanzie, divieti. La fase del giudizio e le problematiche connesse alla valutazione della prova scientifica, Relazione svolta all’Incontro di studio sul tema La prova tecnico-scientifico nel processo penale, Roma,15-16 gennaio 2009

Curtotti d. Nappi (2009) La perizia, in AA.VV., Prova penale e metodo scientifico, Utet, Torino  

Damaska M.(2003), Il Diritto Delle Prove alla Deriva, Edizioni Il Mulino, Bologna

Dominioni O. (2005), La prova scientifica nel processo penale. Gli strumenti scientifici-tecnici nuovi o controversi e di elevata specializzazione, Giuffrè Editore, Milano

Farley M. A. (1993), Forensic Science Handbook, Saferstein R. Editor, New York

Fassone E. (1986), La valutazione della prova, Manuale pratico dell’inchiesta penale, a cura di L. Violante, Giuffrè, Milano

Focardi F.(2003), La consulenza tecnica extraperitale delle parti private, Cedam, Padova.

Taruffo M. (2004), Considerazioni su scienza e processo civile, Scienza e diritto nel prisma del diritto comparato, a cura di Comandé e G. Ponzanelli, Casa Editrice Giappichelli,Torino

Taruffo M. (1989), Libero convincimento del giudice, (dir. Proc. Civ.) in Enc. Giur. Treccani, Vol. XVIII

ToniniP. (2007), Progresso tecnologico, prova scientifica e contradditorio, La prova scientifica nel processo penale, a cura di L. De Cataldo Neuburger, Padova

Tonini P. (2011), Dalla perizia “prova neutra” al contraddittorio sulla scienza, Scienza e Processo Penale. Nuove frontiere e vecchi pregiudizi, a cura di Carlotta Conti, Giuffrè Editore, Milano

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Giuseppe Santorelli (Napoli, 30 giugno del 1979) è Esperto in analisi e comparazioni di grafie e falso documentale in ambito forense, formatore in ambito nazionale e autore di articoli scientifici. Membro ordinario dall'Associazione Grafologica Italiana e Membro del Dipartimento Peritale, nonchè ordinario dell'Accademia Italiana di Scienze Forensi. Studioso e profondo conoscitore delle linee guida Europee dell’ENFSI nonché degli standard internazionali ASTM, in uso nel settore dell'esame forense delle manoscritture. Studioso della realtà giuridico tecnico-scientifica nord americana e degli sviluppi anglosassoni delle scienze forensi. Da diversi anni, mediante una divulgazione scientifica, condivide con la comunità di esperti grafologi nazionali un approccio multidisciplinare all'indagine grafica mediante i più aggiornati protocolli e avanzate tecnologie. Insieme al Dipartimento Peritale dell'Associazione Grafologica Italiana, già dal 2017, ha elaborato (e pubblicato) il Protocollo di indagine nell'esame forense delle manoscritture (mutuato dalle Best Practice dell'ENFSI) e le linee guida del grafologo forense.