Patteggiamento, corruzione e “spazzacorrotti”: prime avvisaglie di incostituzionalità dalla Cassazione

La Cassazione (VI penale n.12541/2019) ha affrontato due temi connessi alla recente entrata in vigore della legge cosiddetta “spazzacorrotti” n.3/2019 (che abbiamo già avuto modo di commentare con altro articolo).
Il patteggiamento non è una condanna in senso proprio e quindi non soggiace alla disciplina sulla riparazione pecuniaria.L’inserimento dei reati di corruzione tra i “reati ostativi” senza un regime transitorio si pone in contrasto con gli orientamenti più recenti della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ma la relativa eccezione deve essere sollevata dinanzi al giudice dell’esecuzione.
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Patteggiamento e riparazione pecuniaria

La prima questione attiene al tema della riparazione pecuniaria a seguito di una condanna per uno dei reati in materia di corruzione.

La legge 69/2015 aveva introdotto l’articolo 322-quater del codice penale nel quale si prevedeva che “Con la sentenza di condanna …… è sempre ordinato il pagamento di una somma di una somma pari all’ammontare di quanto indebitamente ricevuto dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di un pubblico servizio a titolo di riparazione pecuniaria in favore dell’amministrazione cui il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio appartiene, ovvero, nel caso di cui all’articolo 319-ter, in favore dell’amministrazione della giustizia”.

La legge 3/2019 ha sostituito tale previsione eliminando il riferimento all’ammontare di quanto indebitamente ricevuto e indicando che il pagamento deve invece concernere “una somma equivalente al prezzo o al profitto del reato a titolo di riparazione pecuniaria in favore dell’amministrazione lesa dalla condotta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio”.

Il problema che si è posto dinanzi alla Corte di Cassazione è se tale norma si applichi o meno anche a seguito di sentenza di patteggiamento.La risposta è negativa.

Il conseguente principio di diritto affermato è che “in tema di reati contro la pubblica amministrazione, il patteggiamento di una pena detentiva anche nella forma c.d. allargata preclude l’applicazione della riparazione pecuniaria di cui all’art. 322-quater cod. pen., presupponendo essa la pronuncia di una sentenza di “condanna” propriamente detta, cioè resa a seguito di rito ordinario o abbreviato”.

Reati corruttivi tra i reati cc.dd. “ostativi”

Altro aspetto riguarda l’intervento deciso che la nuova normativa ha operato nel regime penitenziario applicabile ai condannati per reati di corruzione inserendo gli stessi tra i cc.dd. “reati ostativi” vale a dire quei reati per i quali non si applicano o si applicano in forma fortemente attenuata le forme di benefici di pena, a cominciare dall’applicazione della sospensione della pena per l’applicazione del beneficio del c.d. affidamento in prova “allargato” di cui al comma 3-bis dell’art. 47 della legge 26 luglio 1975, n. 354.

Occorre rammentare, infatti, che secondo il disposto della lettera a) del comma 9 dell’art. 656 c.p.p, non può essere disposta nei confronti dei condannati per i delitti di cui al citato art. 4-bis la sospensione dell’ordine di esecuzione della sentenza di condanna ad una pena detentiva non superiore a quattro anni (giusta anche la declaratoria d’incostituzionalità con sentenza della C. Cost. 2 marzo 2018, n. 41) per il termine di trenta giorni al fine di consentire al condannato in stato di libertà di avanzare istanza di concessione di una delle misure alternative previste dalla legge n. 354 del 1975.
La Cassazione, però, non decide sul punto essendo stato il ricorso accolto in accoglimento di altro motivo.Pur tuttavia, coglie l’occasione per fornire preziose indicazioni. 
Da un lato osserva che, sulla base dell’orientamento della Suprema Corte, trattandosi di norme che disciplinano la modalità esecutiva della pena, sono soggette al principio “tempus regit actum” e non alle regole dettate in materia di successione di norme penali nel tempo dall’art. 2 cod. pen. e dall’art. 25 Cost. La conseguenza sarebbe che “in applicazione di tale interpretazione, ……, non sarebbe più possibile disporre la sospensione dell’esecuzione ai sensi del combinato disposto dell’art. 656, comma 9, cod. proc. pen. in base all’art. 4-bis ord. penit. (come novellato nel gennaio 2019)”.D’altro canto, però, la stessa Cassazione richiama il contenuto della giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sulla base della quale “ai fini del riconoscimento delle garanzie convenzionali, i concetti di illecito penale e di pena abbiano assunto una connotazione “antiformalista” e “sostanzialista”, privilegiandosi alla qualificazione formale data dall’ordinamento (all'”etichetta” assegnata), la valutazione in ordine al tipo, alla durata, agli effetti nonché alle modalità di esecuzione della sanzione o della misura imposta”. 

Difatti, in un precedente del 2013, la CEDU nel ravvisare una violazione dell’art. 7 della Convenzione “ha riconosciuto rilevanza anche al mutamento giurisprudenziale in tema di un istituto riportabile alla liberazione anticipata prevista dal nostro ordinamento in quanto suscettibile di comportare effetti peggiorativi, giungendo dunque ad affermare che, ai fini del rispetto del “principio dell’affidamento” del consociato circa la “prevedibilità della sanzione penale”, occorre avere riguardo non solo alla pena irrogata, ma anche alla sua esecuzione”.

Concludono gli Ermellini che “alla luce di tale approdo della giurisprudenza di Strasburgo, non parrebbe manifestamente infondata la prospettazione difensiva secondo la quale l’avere il legislatore cambiato in itinere le “carte in tavola” senza prevedere alcuna norma transitoria presenti tratti di dubbia conformità con l’art. 7 CEDU e, quindi, con l’art. 117 Cost., là dove si traduce, per il Ferraresi, nel passaggio – “a sorpresa” e dunque non prevedibile – da una sanzione patteggiata “senza assaggio di pena” ad una sanzione con necessaria incarcerazione, giusta il già rilevato operare del combinato disposto degli artt. 656, comma 9 lett. a), cod. proc. pen. e 4-bis ord. penit.”.

La sede per tale eccezione, però, non è quella attivata dal ricorrente poiché i suddetti profili attengono alla mera esecuzione della sanzione, “incidendo, come si è già detto, sulla sospendibilità, rectius non sospendibilità, dell’ordine di esecuzione”.
La conclusione è che “la questione di incostituzionalità prospettata afferisce ………. all’esecuzione della pena applicata con la stessa sentenza, dunque ad uno snodo processuale diverso nonché logicamente e temporalmente successivo, di talché ai fini della decisione di questa Corte non rileva, potendo se del caso essere riproposta in sede di incidente di esecuzione

Insomma, occorrerà attendere che venga sollevata la questione in sede di esecuzione ma, soprattutto, occorrerà che vi sia, nelle more della decisione, il sacrificio di tanti soggetti che, in attesa che la pronuncia possa essere discussa e accolta positivamente (con declaratoria di incostituzionalità) non potranno, verosimilmente, usufruire dei benefici di legge ordinari.

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