231 e sicurezza sul lavoro: interesse o vantaggio e idoneità del Modello

La sentenza della Corte di Cassazione n.16598 del 17.04.2019 ci consente di esaminare due interessanti principi di diritto in materia di responsabilità ex D.Lgs. 231 a seguito di incidente sul lavoro.

Il caso riguarda la vicenda avvenuta ai danni di un operaio di una società il quale, impiegato nella rimozione di lastre in eternit sulla copertura di un capannone industriale, sganciandosi dalla linea vita e muovendosi sulla tavola di legno che costituiva il camminamento, scivolava e, calpestando una lastra non portante in vetrocemento, la rompeva, così precipitando al suolo, in assenza del posizionamento della rete di protezione anticaduta. 

Le sentenze di primo e secondo grado affermavano la colpevolezza del datore di lavoro (redattore del piano operativo per la sicurezza, nonché direttore tecnico e capo cantiere) per plurime mancanze tra le quali quella riferita alla mancata attuazione del piano di lavoro che aveva previsto la necessità di predisporre, a tutela degli operai che lavoravano sul tetto del capannone, la rete di protezione, non effettivamente posizionata.

Veniva, pertanto, acclarata la responsabilità dell’ente ex articolo 25 septies del D.Lgs. 231/2001.

I profili di interesse che emergono dalla sentenza ai fini della responsabilità dell’ente sono sostanzialmente due:

  • la nozione di interesse o vantaggio in tema di violazione delle norme in materia di sicurezza sul lavoro;
  • i requisiti necessari per fruire dell’attenuante, allorché “prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado: ……. e’ stato adottato e reso operativo un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi”.

Interesse o vantaggio

Quanto alla prima tematica, la sentenza aveva affermato che le carenze delle misure di prevenzioni individuali e collettive riscontrate erano state il frutto di una scelta societaria per risparmiare sui costi della sicurezza.

La società, nel ricorso, eccepiva che il provvedimento impugnato aveva omesso di indicare in che cosa sarebbe consistito il ‘risparmio’ conseguito dalla società, non provvedendo a collocare la rete sotto la falda ove si è prodotto l’infortunio soprattutto perché tali reti, a suo dire, erano state già acquistate (ma non installate) e quindi la società aveva a disposizione gli strumenti di protezione collettivi ed aveva fornito ai lavoratori quelli individuali, peraltro curando l’informazione, la formazione e l’addestramento dei dipendenti. 

La Cassazione, nel richiamare le precedenti pronunce, ha dapprima ricordato come interesse e vantaggio siano concetti “giuridicamente diversi, che possono essere alternativamente presenti, sì da giustificare comunque la responsabilità dell’ente.

Ma addirittura, prosegue la Corte, ben potrebbe verificarsi, in astratto, il caso in cui il reato potrebbe essere stato commesso nell’interesse dell’ente senza procurargli in concreto alcun vantaggio, posto che, sotto un profilo sistematico, l’art. 12, comma 1, lett. a), del decreto 231 prevede proprio un’ipotesi di riduzione della sanzione pecuniaria nel caso in cui l’autore ha commesso il reato “nell’interesse proprio o di terzi” ovvero nel caso in cui ”l’ente non ne ha ricavato un vantaggio o ne ha ricavato un vantaggio minimo”.

Nello specifico, in tema di sicurezza sul lavoro “il requisito dell’interesse dell’ente ricorre quando la persona fisica, pur non volendo il verificarsi dell’evento morte o lesioni del lavoratore, ha consapevolmente agito allo scopo di far conseguire un’utilità alla persona giuridica; ciò accade, per esempio, quando la mancata adozione delle cautele antinfortunistiche risulti essere l’esito, non di una semplice sottovalutazione dei rischi o di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie, ma di una scelta finalisticamente orientata a risparmiare sui costi d’impresa; pur non volendo- dunque- (quale opzione dolosa) il verificarsi dell’infortunio in danno del lavoratore, l’autore del reato ha consapevolmente violato la normativa cautelare allo scopo di soddisfare un interesse dell’ente (ad esempio, far ottenere alla società un risparmio sui costi in materia di prevenzione)”.

Quanto al vantaggio, esso si configura “quando la persona fisica, agendo per conto dell’ente, anche in questo caso, ovviamente, non volendo il verificarsi dell’evento morte o lesioni del lavoratore, ha violato sistematicamente le norme prevenzionali e, dunque, ha realizzato una politica d’impresa disattenta alla materia della sicurezza sul lavoro, consentendo una riduzione dei costi ed un contenimento della spesa con conseguente massimizzazione del profitto”.

In conclusione, “In tema di responsabilità da reato degli enti derivante da reati colposi di evento, i criteri di imputazione oggettiva, rappresentati dal riferimento contenuto nell’art. 5 del D.Lgs. n. 231 del 2001 all’interesse o al vantaggio, devono essere riferiti alla condotta e non all’evento. (Sez. U, n. 38343 del 24/04/2014 – dep. 18/09/2014, RG., R.C., Espenhahn e altri, Rv. 26111501) e ciò, perché, non rispondono all’interesse dell’ente, o non procurano allo stesso un vantaggio, la morte o le lesioni riportate da un suo dipendente in conseguenza di violazioni di norme antinfortunistiche”. 

La sottovalutazione sistematica dei rischi -come precisato dalla giurisprudenza di legittimità- va considerata chiaro sintomo di scelte imprenditoriali volte ad ottenere risparmi sui costi a dispetto degli obblighi di sicurezza gravanti sull’imprenditore a tutela della salute dei lavoratori.

Il ‘risparmio’ si consegue anche riducendo i tempi di lavorazione e non solo gli investimenti per l’acquisto di strumenti cautelativi o per lo svolgimento di corsi di formazione dei dipendenti. Sicché anche laddove i presidi collettivi ed individuali siano presenti e conformi alla normativa che ne regola le caratteristiche, anche laddove i lavoratori siano stati correttamente formati, ma poi le lavorazioni in concreto si svolgano senza prevedere l’applicazione ed il controllo dell’utilizzo degli strumenti in dotazione, al fine di conseguire il risultato di una riduzione dei tempi, si realizza quell’intento di far perseguire alla persona giuridica un’utilità, descritto dalla norma incriminatrice, come interesse. 

Idoneità del Modello e riconoscimento dell’attenuante

Ulteriore elemento della sentenza di condanna è la ritenuta non sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 12 comma 2 lett. b) d.lgs. 231/2001, poiché il Modello prodotto è stato ritenuto generico in quanto contenente solo misure già previste dalla legge. 

Al riguardo, la difesa eccepiva, quale specifico motivo di ricorso, la circostanza che la corte d’Appello, nel negare l’attenuante di cui all’art. 12 cit., non aveva indicato le misure idonee a colmare la genericità del modello organizzativo adottato dall’azienda. 

Anche in questo caso la Cassazione respinge il motivo di impugnazione affermando che “la predisposizione delle sole misure previste dalla legge, al fine di colmare il modello organizzativo prodotto, non possono consentire l’applicazione dell’attenuante perché ciò dimostra che la mera adozione delle misure normativamente previste avrebbe consentito di evitare l’evento, il che non rappresenta l’attuazione di una volontà organizzativa specifica ed ulteriore, da adattare alla particolare natura del rischio verificatosi con l’infortunio”.

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