Dichiarazioni lesive on line: la diffamazione è sempre “aggravata”

Lo strumento di pubblicazione in rete, sia che si presenti come testata giornalistica telematica, sia nella diversa forma di blog, social network o altro sito, risulta suscettibile di valorizzare la dichiarazione lesiva indirizzandola nei confronti di una platea potenzialmente molto vasta di soggetti configurando, pertanto, non un’ipotesi semplice (di competenza del Giudice di Pace) ma un’ipotesi aggravata (di competenza del Tribunale monocratico) di diffamazione o a mezzo della stampa ovvero attraverso altra forma di pubblicità.

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La sentenza della Cassazione Penale n.16564 del 16.04.2019, nell’affrontare alcuni fatti che hanno visto protagonisti personaggi famosi nell’ambito della critica cinematografica, ci fornisce lo spunto per approfondire, tra l’altro, il tema della configurabilità del reato di diffamazione allorché le dichiarazioni lesive siano veicolate attraverso lo strumento del web o di vere e proprie testate giornalistiche.

Il reato di riferimento è quello previsto dall’articolo 595 del codice penale, diffamazione, che, nella sua versione base, contenuta al primo comma, sanziona la condotta di “Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente (ingiuria, oggi abrogato, n.d.r.), comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione”. La competenza a conoscere tale reato è del Giudice di pace sia nella versione base che in quella aggravata di cui al secondo comma (“Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato”).

E’ del Tribunale la competenza per le ipotesi di cui agli ulteriori due commi tra cui quella di cui al comma 3 che prevede:

  • la diffamazione aggravata col mezzo della stampa;
  • la diffamazione aggravata con qualsiasi altro mezzo di pubblicità.

Ebbene, nella sentenza in esame, la Corte afferma che “sotto il profilo sostanziale va chiarito che la testata giornalistica telematica, funzionalmente assimilabile a quella tradizionale in formato cartaceo, rientra nella nozione di “stampa” di cui all’art. 1 della legge 8 febbraio 1948, n. 47 (Sez. U, n. 31022 del 29/01/2015, Fazzo, Rv. 264090 – 01)”.

Ciò significa che la pubblicazione di una dichiarazione lesiva su una testata giornalistica telematica configura il delitto nella versione aggravata di cui al comma 3 dell’articolo 595 del codice penale, diffamazione col mezzo della stampa.

Diversa nella formulazione ma identica nelle conseguenze è invece la circostanza di una dichiarazione lesiva pubblicata su un qualsiasi sito web, blog o altro. La Suprema Corte, infatti, inquadra tali strumenti nella seconda parte del medesimo comma 3 dell’articolo 595 annoverandoli nel concetto di “altro mezzo di pubblicità”.

Così, al riguardo, gli Ermellini “la diffusione di una dichiarazione lesiva della altrui reputazione attraverso siti web, diversi da quelli delle testate giornalistiche (blog, social media, altre piattaforme internet) integra non una diffamazione semplice di competenza del giudice di pace ma un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., sotto il profilo dell’offesa arrecata “con qualsiasi altro mezzo di pubblicità” diverso dalla stampa, poiché la condotta in tal modo realizzata è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone, anche se non possa dirsi posta in essere “col mezzo della stampa”, non essendo i social network destinati ad un’attività di informazione professionale diretta al pubblico (Sez. 5, n. 4873 del 14/11/2016, dep. 2017, Manduca, Rv. 269090 – 01)”.

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