GDPR: sbagliato preoccuparsi solo del data breach e dei controlli ispettivi della Guardia di Finanza

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A quasi tre anni dal GDPR l’approccio delle aziende private al tema del trattamento ai temi del data breach e della gestione dei possibili controlli che potrebbero essere effettuati dalla Guardia di Finanza.

Niente di più sbagliato. Vediamo perché.

Nelle molteplici occasioni di confrontolari sia subire il “controllo” della GdF e/o il verificarsi del c.d. data breach.

Per data breach sappiamo intendersi una violazione delle misure di sicurezza tale da poter generare la compromissione dei dati personali (es. distruzione, perdita, divulgazione, etc.) da dover notificare, al ricorrere di determinate circostanze, all’Auto perlopiù si manifesta con espressioni del tipo “noi non siamo Facebook, nessuno avrebbe interesse ad attaccarci”. Come dire, non interessando a hacker o a gruppi di attivisti siamo al sicuro da ogni “problematica privacy” salvo l’attività ispettiva da parte del nucleo speciale privacy della Guardia di Finanza.

Vi sono, tuttavia, almeno due aspetti -troppo spesso dimenticati- da evidenziare: il primo è un datore.

Le probabilità di subire un “controllo della GdF” o un data breach sono infinitamente ridotte se confrontate con la possibilità di esercizio di un diritto Ue.

Il Titorità Giudiziaria.

Si badi bene che i diritti riconosciuti agli interessati sono molteplici e prevedono il dirittolare originario al successivo.

I Tito agire in modo tale da:

  • non violare i diritti degli interessati (trattamenti illeciti, cookies, videosorveglianza tra i temi più caldi);
  • nonché essere in grado di rispondere alle istanze degli interessati.

Ciò dettorità- o alla visita ispettiva della GdF.

In conclusione, dunque, non considerare quanto a una “politica di impresa miope” e che -probabilmente – non ha ancora compreso la portata della regolamentazione di cui si parla nonché del percorso che le nuove tecnologie stanno dettando e costruendo per tutti noi.

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