Il datore di lavoro deve prevedere il comportamento negligente ma non quello “abnorme” del lavoratore

Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n.13590 del 15.03.2019, in tema di responsabilità del datore di lavoro in caso di infortunio sul lavoro, è l’occasione per richiamare i principi della giurisprudenza della Suprema Corte che delineano i limiti entro i quali si distinguono la responsabilità del datore di lavoro e la condotta “abnorme” del lavoratore da ritenersi scriminante per il primo.

Secondo gli Ermellini, infatti, sul datore di lavoro grava il compito di prevedere perfino le imprudenze e le negligenze del lavoratore applicando e prevedendo delle misure che possano salvaguardare il lavoratore stesso anche in caso di sua distrazione.

In particolare, sotto questo profilo, si afferma che “che le norme antinfortunistiche sono destinate a garantire la sicurezza delle condizioni di lavoro, anche in considerazione della disattenzione con la quale gli stessi lavoratori effettuano le prestazioni. Segnatamente, si è chiarito che, nel campo della sicurezza del lavoro, gli obblighi di vigilanza che gravano sul datore di lavoro risultano funzionali anche rispetto alla possibilità che il lavoratore si dimostri imprudente o negligente verso la propria incolumità”.

Cosa diversa è il comportamento abnorme del lavoratore che può essere visto come un limite alla responsabilità del datore di lavoro il quale non può, oggettivamente, prevenire simili condotte.

In proposito, il principio di diritto affermato è che “può escludersi l’esistenza del rapporto di causalità unicamente nei casi in cui sia provata l’abnormità del comportamento del lavoratore infortunato e sia provato che proprio questa abnormità abbia dato causa all’evento; che, nella materia che occupa, deve considerarsi abnorme il comportamento che, per la sua stranezza e imprevedibilità, si ponga al di fuori di ogni possibilità di controllo da parte delle persone preposte all’applicazione delle misure di prevenzione contro gli infortuni sul lavoro”.

La pronuncia si colloca in continuità con l’indirizzo delineato dalla Cassazione in tema di previsione del rischio.

Tra queste ricordiamo la sentenza della Cassazione n. 49373 del 5.10.2018 nella quale si afferma che “…la interruzione del nesso di condizionamento, a causa del comportamento imprudente del lavoratore, da solo sufficiente a determinare l’evento, secondo i principi giuridici enucleati dalla dottrina e dalla giurisprudenza richiede che la condotta del lavoratore si collochi in qualche guisa al di fuori dell’area di rischio definita dalla lavorazione in corso. Tale comportamento è «interruttivo» non perché «eccezionale» ma perché eccentrico rispetto al rischio lavorativo che il garante è chiamato a governare”.

E ancora “La giurisprudenza di legittimità è ferma nel sostenere che non possa discutersi di responsabilità (o anche solo di corresponsabilità) del lavoratore per l’infortunio quando il sistema della sicurezza approntato dal datore di lavoro presenti delle criticità. Le disposizioni antinfortunistiche perseguono, infatti, il fine di tutelare il lavoratore anche dagli infortuni derivanti da sua colpa, onde l’area di rischio da gestire include il rispetto della normativa prevenzionale che si impone ai lavoratori, dovendo il datore di lavoro dominare ed evitare l’instaurarsi, da parte degli stessi destinatari delle direttive di sicurezza, di prassi di lavoro non corrette e per tale ragione foriere di pericoli”.

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