La perizia è prova “neutra”: la sua mancata effettuazione non costituisce motivo di ricorso per cassazione

La  sentenza n.17402 del 23.04,.2019 della prima sezione penale della Corte di Cassazione, consente di soffermarci sul principio, ivi ribadito, secondo cui “la mancata effettuazione di un accertamento peritale non può costituire motivo di ricorso per cassazione ai sensi dell’art.606, comma 1, lett. d), cod. proc. pen., in quanto la perizia non può farsi rientrare nel concetto di prova decisiva, trattandosi di un mezzo di prova “neutro”, sottratto alla disponibilità delle parti e rimesso alla discrezionalità del giudice, laddove l’articolo citato, attraverso il richiamo all’art. 495, comma 2, cod. proc. pen., si riferisce esclusivamente alle prove a discarico che abbiano carattere di decisività”. Si tratta di un orientamento consolidato nella giurisprudenza della Corte di Cassazione, richiamato, da ultimo, anche nella sentenza delle Sezioni Unite n.39746 del 23.03.2017.

Interessante l’applicazione al caso concreto.

Quattro imputati venivano condannati in primo e secondo grado per il reato di omicidio volontario a seguito di rito abbreviato condizionato, per uno di essi, ad integrazione probatoria, integrazione non concessa per le ragioni oltre descritte.

Il Giudice fondava la responsabilità degli imputati valorizzando il compendio probatorio offerto dalle convergenti dichiarazioni rese dai testi oculari, dagli accertamenti autoptici e di P.G. svolti (individuazioni fotografiche, esame di tabulati telefonici, esame del filmato estratto da impianto di video-sorveglianza, esperimento giudiziario) non considerando attendibili alcune dichiarazioni liberatorie rese da un soggetto, non imputato, in favore di uno dei quattro imputati.

Tali dichiarazioni liberatorie, ritenute come detto inattendibili, si basavano sulla circostanza che il teste dichiarava di aver ospitato a casa sua uno dei presunti omicidi e che, quindi, presso la sua abitazione, il cellulare di tale reo si sarebbe agganciato alla rete Wi-Fi della sua abitazione.

La difesa aveva, quindi, richiesto che venisse realizzata una perizia sul modem router Vodafone installato all’interno di detta abitazione, al fine di accertare l’orario di aggancio del telefono cellulare dell’imputato alla rete wireless la sera dell’omicidio.

La difesa aveva insistito nel definire necessaria e indispensabile la perizia in quanto, a suo dire, essa avrebbe potuto stabilire con esattezza l’orario di arrivo dell’imputato nell’abitazione e quindi potendolo collocare in altro luogo in un momento antecedente l’inizio dell’azione omicidiaria.

Sia i giudici di primo grado che quelli di secondo grado avevano respinto la richiesta nella considerazione che il suddetto accertamento era particolarmente complesso e lungo avendo il referente della Vodafone comunicato che detta tipologia di apparato non conservava alcun dato utile e che l’accertamento avrebbe potuto essere riscontrato solo attraverso una verifica eseguita direttamente dal costruttore o dal programmatore del software del dispositivo in questione con una procedura tecnico di complessa realizzazione.

L’espletamento di tale accertamento appariva quindi incompatibile con la natura del rito scelto dall’imputato – rito abbreviato – oltre che incerto nella sua concreta fattibilità.

Gli Ermellini, con la motivazione sopra riportata, hanno respinto tale motivo di ricorso anche nella considerazione che la prova richiesta non aveva il carattere di decisivi richiesto dalla norma richiamata, il comma 2 dell’articolo 495 c.p.p., secondo cui “l’imputato ha diritto all’ammissione delle prove indicate a discarico sui fatti costituenti oggetto delle prove a carico; lo stesso diritto spetta al pubblico ministero in ordine alle prove a carico dell’imputato sui fatti costituenti oggetto delle prove a discarico”.

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