Non solo “revenge porn”. Secondo il Garante sulla privacy va ripensata la norma sulle interferenze illecite

Il caso è di qualche mese fa e ha destato scalpore nella sintesi che potrebbe descriversi con l’affermazione “non costituisce reato fotografare e filmare la vicina nuda sotto la doccia”.

Più tecnicamente, la Corte di Cassazione afferma che “Non integra il reato di interferenze illecite nella vita privata la condotta di chi, attraverso un cellulare, si procura video e foto delle vicina che si trovi nel bagno di un’abitazione privata privo di tende alle finestre. Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che l’imputato non utilizzò alcun accorgimento per fotografare e filmare la persona offesa e che, comunque, non furono ripresi comportamenti della vita privata sottratti alla normale osservazione dall’esterno, posto che la tutela del domicilio è limitata a ciò che si compie nei luoghi di privata dimora in condizioni tali da renderlo tendenzialmente non visibile a terzi”. 

Questa la massima della Corte di Cassazione sez. III Penale nella sentenza 10 luglio 2018 – 8 gennaio 2019, n. 372, con cui ha assolto un 37enne dall’accusa di violazione della privacy.

L’uomo aveva fotografato e filmato con il cellulare la vicina di casa che usciva dal bagno di casa sua dopo aver fatto la doccia approfittando dall’assenza di tende. Nel processo, svoltosi dapprima con rito abbreviato in primo grado davanti al Tribunale di Busto Arsizio e poi davanti alla Corte di Appello di Milano, l’imputato era stato condannato a due mesi e quindici giorni. Diversamente, la Cassazione ha assolto l’imputato poiché non si trattava di indebita realizzazione di filmati e fotografie. L’abitazione dell’imputato e quella della vicina di casa erano, infatti, adiacenti e la persona offesa si mostrava nuda pur sapendo che la propria abitazione era priva di tende, con la conseguente insussistenza di lesioni alla riservatezza della persona fotografata.

Poco si è scritto sull’intervento del Garante, intervento che vale la pena ricordare in un periodo in cui assumono un rilevante interesse pubblico la tematica della tutela della privacy e l’uso indebito delle immagini private (come nel caso del c.d. “revenge porn”, di cui ci siamo già occupati).

Sulla pronuncia della Suprema Corte il Garante ha espresso delle critiche, ritenendo necessario ripensare le norme penali che sanzionano il reato di ‘interferenze illecite nella vita privata’ che punisce “chiunque, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata” svolgentesi in abitazione o altro luogo di privata dimora.

Il Garante sottolinea come la necessità di ripensare la norma deriva anche alla luce delle potenzialità delle nuove tecnologie grazie alle quali oggi una fotografia è esposta al costante e concreto pericolo di una divulgazione virale, sui social o comunque in rete, spesso anche per fini ritorsivi.

La sentenza della Cassazione si conforma a un indirizzo giurisprudenziale consolidato, volto a limitare l’applicabilità del delitto di interferenze illecite nella vita privata alle riprese di comportamenti sottratti alla normale osservazione dall’esterno.

Per questo orientamento della Cassazione, infatti, la tutela del domicilio è limitata a ciò che si compie in luoghi di privata dimora in condizioni tali da renderlo tendenzialmente non visibile ad estranei. Tale interpretazione si basa su una lettura forte del carattere ‘indebito’ – prescritto dalla norma penale – dell’acquisizione di immagini o notizie inerenti la vita privata. Si esclude quindi, in questa prospettiva, la sussistenza del reato rispetto a scene, pur svoltesi in luoghi di privata dimora, ma liberamente osservabili senza ricorrere a particolari accorgimenti.

E tuttavia – avverte il Garante della Privacy – la norma (o quantomeno la sua interpretazione) andrebbe ripensata, anche alla luce delle potenzialità delle nuove tecnologie e del conseguente bisogno di anticipare la soglia di tutela della privacy. La foto che – quando questo indirizzo giurisprudenziale si è formato – restava più agevolmente nella disponibilità del suo autore, più limitati essendo allora i canali di diffusione, oggi è esposta al costante e concreto pericolo di una divulgazione virale, sui social o comunque in rete, spesso anche per fini ritorsivi.

Naturalmente – precisa il Garante – l’insussistenza del reato di interferenze illecite nella vita privata non comporta la liceità della condotta sotto il profilo della protezione dati. Laddove, infatti, le foto così acquisite dovessero essere comunicate a terzi o divulgate all’esterno, si integrerebbero gli estremi di illeciti amministrativi (e in alcuni casi anche penali) previsti e sanzionati, dalla disciplina in materia di protezione dei dati personali.

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