Copia forense, acquisizione di immagini, atto irripetibile: una recente sentenza della Cassazione

La recente sentenza della Cassazione penale offre molteplici spunti su tematiche di grande interesse per la comunità scientifica forense quali quelli inerenti alla procedura di acquisizione di immagini, al concetto di accertamenti irripetibili ecc.

Proviamo a rileggere la pronuncia avvalendoci di ampi stralci della stessa che rappresenta, ad avviso di chi scrive, una di quelle sentenze “fondamentali” perché sintetizza e rinvia a tutta una serie di principi di diritto molto utili in tema di accertamento tecnico e acquisizione di prova.

Anche il caso giudiziario è curioso e interessante e merita di essere ricostruito in dettaglio.

Il fatto

Si tratta della vicenda di un giornalista di un noto quotidiano nazionale il quale si era introdotto nell’ufficio di un PM sottraendo, secondo l’accusa, una richiesta formulata dal magistrato per l’autorizzazione di intercettazioni riguardanti un parlamentare e la distruzione di altre conversazioni ritenute irrilevanti.

Per ricostruire la vicenda, vengono acquisite le immagini del sistema di sorveglianza interno al palazzo di Giustizia ma con una modalità che, a parere della difesa, non era immune da vizi.

Si rileva, innanzitutto, che l’acquisizione ha riguardato copia di parte di file memorizzati nel server dell’impianto di video sorveglianza e, in quanto tali, da qualificare come documenti informatici. La suddetta circostanza, avrebbe imposto, sempre secondo la difesa, di effettuare un clone di tale materiale attraverso la procedura c.d. «bit to bit», unica operazione che garantirebbe una replica integrale di tutti i dati contenuti su un disco o partizione di esso, idonea a riprodurre una copia identica all’originale. Ciò per evitarne la manipolazione ovvero l’alterazione.

Nel caso in esame, invece, le copie sarebbero state effettuate da un cancelliere in servizio nell’ufficio attraverso l’estrapolazione di dati dal sistema e poi inseriti all’interno di una semplice chiavetta USB e poi masterizzati su due DVD, senza procedere a realizzare una copia forense in contraddittorio con la difesa.

L’eccezione mossa, quindi, è quella di inutilizzabilità dei filmati in quanto si tratterebbe di attività irripetibile posta in essere, sempre secondo il ricorrente, in violazione degli artt. 360, 247, comma 1- bis, e 354, comma 2, del codice di procedura penale anche perché il sistema informatico del servizio di video sorveglianza avrebbe sovrascritto, dopo alcuni giorni, sui pregressi dati conservati nella memoria, andando così a cancellare quanto necessario all’accertamento della cronologica sequenza dei fatti, con la conseguenza che sarebbe stata compromessa in maniera irreparabile la conservazione dei dati originali, estrapolati unilateralmente dagli organi inquirenti ed in assenza di contraddittorio. 

Sotto altro profilo, viene eccepita anche l’assoluta incertezza della ricostruzione degli eventi posti a base dell’accusa in quanto la suddetta ricostruzione sarebbe stata realizzata attraverso un’elaborazione dei files estrapolati dal sistema di sorveglianza, che non avrebbe consentito, però, di comprendere il reale intervallo esistente tra i vari frammenti e, conseguentemente, l’effettiva durata delle singole azioni che i soggetti compiono.

Al riguardo, l’elaborato predisposto dal consulente del P.M. sarebbe stato privo delle indicazioni cronologiche originali come riprodotte dal sistema di sorveglianza e quindi sarebbe stato impossibile comprendere non solo la durata dei singoli frammenti di sequenza ma anche la durata delle relative pause che potrebbero celare azioni e spostamenti degli attori, specie con riferimento al momento essenziale in cui si assume che l’imputato sia entrato nell’ufficio del magistrato posto che la scarsa sensibilità del censore non era in grado di percepire tutti i movimenti: in mancanza dei files originali, non si sarebbe stato possibile ricostruire temporalmente tutti gli accadimenti.

Definizione di atto irripetibile

La Corte di Cassazione respinge il ricorso affermando innanzitutto che ““per “atto irripetibile” deve intendersi l’atto contraddistinto da un risultato estrinseco ed ulteriore rispetto alla mera attività investigativa, non più riproducibile in dibattimento se non con la definitiva perdita dell’informazione probatoria o della sua genuinità (v. Sez. 1, n. 14511 del 05/03/2009, Stabile Aversano, Rv. 243150)”.

Prosegue individuando l’elemento distintivo di tali accertamenti che “ex art. 360 cod. proc. pen. devono connotarsi per il loro avere carattere valutativo su base tecnico- scientifica”.

Sul punto, risulta consolidata (e anche datata) la giurisprudenza della Cassazione  secondo cui “la nozione di “accertamento” non riguarda la constatazione o la raccolta di dati materiali pertinenti al reato ed alla sua prova, che si esauriscono nei semplici rilievi, ma il loro studio e la relativa elaborazione critica, necessariamente soggettivi e per lo più su base tecnico-scientifica; tale distinzione trova testuale conferma normativa negli artt. 354, 359 e 360 cod. proc. pen. che menzionano separatamente i termini “rilievi” e “accertamenti” (Sez. 1, n. 301 del 09/02/1990, Duraccio, Rv. 183648)”.

La nozione di accertamento tecnico, allora, concerne non l’attività di raccolta o di prelievo dei dati pertinenti al reato, bensì soltanto il loro studio e la loro valutazione critica. 

Non è quindi sufficiente la mera irripetibilità del dato probatorio affinché l’attività posta in essere sia valutata quale accertamento tecnico, in generale, e qualificato come irripetibile.

Si veda al riguardo, i principi di diritto fissati in ordine a quei rilievi che, seppur caratterizzati da una loro logica dispersione ovvero da un certa professionalità nell’attività di recupero dei dati probatori al fine di assicurare gli stessi al procedimento, non sono ritenuti idonei a mutarne la natura:

  • prelievi di polvere da sparo, operazione che necessità di un tempestivo intervento e, nonostante siano prodromici all’espletamento di accertamenti tecnici, non sono qualificabili quali accertamenti tecnici e, conseguentemente, non devono essere effettuati secondo quanto previsto dall’art. 360 cod. proc. pen.;
  • esaltazione e successiva estrazione delle impronte digitali, specie se effettuata su oggetti che sono esposti all’esterno e, quindi, di certa irreversibile dispersione (anche se tale operazione necessita di elevate professionalità ai fini di una sua visualizzazione attraverso l’impiego di sofisticate strumentazioni scientifiche, non perde mai il connotato del rilievo).

L’estrazione di dati da un computer non è atto irripetibile. Il principio di diritto

Anche l’estrazione dei file da un computer, quindi, non è, secondo la Corte, un atto irripetibile, in quanto da tempo la tecnica consente di acquisire il dato attraverso operazioni meramente esecutive e materiali, il cui unico scopo è quello di assicurare alla fase processuale quanto di rilevante è contenuto all’interno dello stesso in formato digitale, operazione che non necessita di perizia o consulenza tecnica.

L’estrapolazione di fotogrammi da un supporto video non è atto irripetibile

Il principio di diritto è che “non ha natura di accertamento tecnico irripetibile ex art. 360 cod. proc. pen. l’attività di estrapolazione di fotogrammi da un supporto video (Sez. 6, n. 41695 del 14/07/2016, Bembi, Rv. 268326; Sez. 2, n. 4523 del 10/11/1992, Arena, Rv. 192570), atteso che essa non comporta alcuna attività di carattere valutativo su base tecnico-scientifica né determina alcuna alterazione dello stato delle cose, tale da recare pregiudizio alla genuinità del contributo conoscitivo nella prospettiva dibattimentale, essendo sempre comunque assicurata la riproducibilità di informazioni identiche a quelle contenute nell’originale (Sez. 1, n. 14511 del 05/03/2009, Stabile Aversano, Rv. 243150)”.

Le videoregistrazioni acquisite seppure definite “copie” di quanto contenuto nella memoria a servizio dell’impianto di video sorveglianza, divergono da quelle trasferite sul supporto unicamente per il luogo fisico ove le stesse sono state successivamente conservate, non potendosi parlare propriamente di “copia” di un documento che, in quanto acquisito e conservato in formato digitale, permette un’identica riproduzione in un numero non preventivamente definito di “cloni”.

Insomma, la Cassazione chiude affermando che “parlare di “copia” di una riproduzione di sequenze di immagini di una scena di una vita reale, laddove la videoregistrazione risulta essere ex se già una “copia” riproduzione degli accadimenti che interessano persone o cose di quanto si realizza all’esterno dell’impianto e riprodotto in formato digitale, è operazione meramente lessicale non idonea a dimostrare che l’acquisizione del documento effettuato per mezzo del trasferimento dei file dal server dell’impianto e riversato su altro supporto fisico realizzi una “copia””.

Certamente più corretto è, quindi, in tali casi ed in assenza di emergenze che consentano di ipotizzare una loro manomissione, parlare di trasferimento ovvero estrapolazione dei documenti in formato digitale «che riproducono fatti persone o cose», così rimarcandosi l’operazione materiale tesa ad acquisire il dato probatorio che viene appreso tal quale a quello originale e di cui è ipotizzabile una indefinita possibilità di duplicazione. 

La circostanza rende differente il concetto rispetto ai documenti cartacei i quali, anche in ipotesi di particolare sensibilità dello strumento tecnico, non potrà mai essere identica all’originale.

L’applicazione al caso di specie

I file che riproducono le video-riprese effettuate per mezzo di impianti di videosorveglianza posti a tutela di uffici pubblici risultano essere dei documenti la cui acquisizione è regolamentata dall’art. 234 cod. pen. 

Pur non essendoci una specifica disciplina in tema di riprese visive e delle prove che ne conseguono, le Sezioni unite (Sez. U, n. 26795 del 28/03/2006, Prisco, Rv. 234267), hanno stabilito che le immagini tratte da video riprese in luoghi pubblici effettuate al di fuori delle indagini preliminari, cioè al di fuori del procedimento penale ed indipendentemente da esso, non possono essere considerate prove atipiche ex art. 189 cod. proc. pen., ma devono essere qualificate come documenti da utilizzare quali prove documentali nel processo. 

L’art. 234 cod. proc. pen. dispone che «è consentita l’acquisizione di scritti o di altri documenti che rappresentano fatti persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia e qualsiasi altro mezzo», con ciò implicitamente escludendo che possa assumere rilevanza l’utilizzazione della modalità analogica ovvero digitale per mezzo della quale è avvenuta la videoregistrazione e la successiva conservazione. 

I problemi connessi all’eventuale non genuinità di tali documenti, di conseguenza, sono estranei al tema dell’utilizzabilità o meno degli stessi, dovendosi invece accertare se essi siano stati, se del caso, manipolati; evenienza comune alla corrispondente acquisizione di documenti in formato analogico o cartaceo. 

Altrettanto non applicabile al caso di specie è la normativa in tema di perquisizione (artt. 247, comma 1-bis e 254-bis cod. proc. pen.).

Nel caso di specie, si tratta di un funzionario di cancelleria in servizio presso la Procura della Repubblica che, alla presenza di un ufficiale di polizia giudiziaria e sotto la supervisione e su disposizione del Pubblico ministero procedente, ha materialmente «acquisito» i file dei video relativi alla registrazione di quanto avvenuto nei luoghi in cui erano state dislocate le telecamere e nei giorni oggetto di specifico accertamento. 

E comunque, anche qualora si ritenessero applicabili quelle norme, esse prevedono unicamente il rispetto di non esplicitate modalità operative ai fini della conservazione dei dati onde scongiurarne eventuali alterazioni; non è invece prevista alcuna sanzione processuale in caso di mancata loro adozione, potendone derivare, al più, effetti sull’attendibilità della prova rappresentata dall’accertamento eseguito e non sull’utilizzabilità.

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