Esigenza di un protocollo nell’indagine grafica forense

Maurizio Castaldi – Giuseppe Santorelli

Il presente articolo è stato pubblicato nella Rivista Attualità Grafologica nr. 131 luglio-dicembre 2017, semestrale edito dall’Associazione Grafologica Italiana.

Nell’ambito di un procedimento giudiziario civile o penale, il magistrato, non possedendo competenze tecniche e scientifiche per pervenire ad una determinata decisione, si avvale delle conoscenze acquisite dalla scienza per regolamentare una determinata materia e per accertare fatti rilevanti nel processo che altrimenti non potrebbero essere oggetto di una decisione.

Ogni scienza capace di rispondere alle esigenze giudiziarie è “Scienza Forense”. Questa recente definizione proviene dall’American Academy of Forensic Science e rappresenta il superamento dell’antica tradizione europea, che da oltre un secolo, indicava sotto il nome “criminalistica” quel ristretto numero di discipline che trovavano vasta applicazione nell’ambito dell’investigazione e nell’identificazione/segnalamento di polizia.

Mai, come dai tempi più remoti, si assiste oggi ad un fitto intreccio tra scienza e diritto.

La scienza nella cultura contemporanea è divenuta il paradigma del sapere e pertanto essa, nell’accertamento della responsabilità civile o penale, possiede un ruolo altamente privilegiato. Come noto, la prova scientifica è dotata di un potere e di un grado di persuasione che non sono riconosciuti a nessun altro mezzo di prova, ma non per questo essa non nasconde pericolose insidie.

L’utilizzo del termine scienze impone una particolare attenzione non solo sul rigore metodologico ma anche sugli aspetti di carattere epistemologico; infatti, se da un lato l’indagine scientifica in ambito forense deve attenersi a delle linee protocolli stabilite dalla comunità scientifica di riferimento, è anche vero che i metodi e le tecniche adottate devono essere recepite dall’ambito giudiziario per la loro funzione di correttivo del libero convincimento applicato alla valutazione delle prove e pertanto il criterio scientifico deve servire ad esaltare il ruolo della prova e della loro efficacia probatoria nel ruolo processuale. Peraltro, quando il criterio scientifico viene adottato e recepito dal sistema normativo-giudiziario, in un certo senso acquisita il carattere di norma, cioè di “definizione descrittiva”. In altri termini, il giudicante, quando sceglie tra posizioni scientifiche e incerte, con la sua decisione le trasforma in asserti giuridici certi che validano con un atto normativo il sapere scientifico di riferimento.

Pertanto la differenza che esiste tra un grafologo e un grafologo forense è data dalla specificità delle applicazioni forensi che richiedono da parte dell’esperto di un ulteriore bagaglio di nozioni giuridiche necessarie affinchè il lavoro di indagine possa entrare nel processo ed essere utile alle finalità che il processo si propone. Inoltre del grafologo forense non si esaurisce nell’ambito di riscontri emergenti dalle analisi effettuate ma trova la sua massima espressione nel contraddittorio tra le parti e nel dibattimento intesi come luoghi processuali deputati alla trasformazione del mero riscontro tecnico scientifico in prova scientifica in senso stretto.       

Il trasferimento del dato scientifico nel contesto giudiziario è infatti immune da “trappole” soltanto se il giurista (cioè magistrato, pubblico ministero e avvocato), possieda i corretti strumenti per comprendere il significato del risultato che il dato scientifico intende comunicare.

Fino a prima della nascita del metodo scientifico i procedimenti (c.d. prescientifici) e gli strumenti di acquisizione delle conoscenze erano altri. Helmstadler aveva illustrato cinque metodi concettuali indicandoli: nell’ostinazione, nell’intuizione, nell’autorità, nel ragionamento e nell’esperienza.

 Il primo, quello dell’ostinazione, è rappresentato da quell’atteggiamento che scaturisce dalle credenze irrazionali, dalle superstizioni che attribuiscono a fatti o a rituali una relazione di causa ed effetto con accadimenti successivi.

Il secondo, dell’intuizione, è detto anche metodo del senso comune. L’intuizione è l’acquisizione di una certezza senza l’uso del ragionamento, né dell’inferenza. In altre parole, un metodo di conoscenza basato su evidenze e verità riferibili alla cosiddetta “saggezza popolare”. Tali procedure hanno il vantaggio di essere immediate ma lo svantaggio di produrre, in diversi casi, valutazioni erronee nella spiegazione dei fenomeni e l’assenza di oggettivazione.

Il terzo metodo, dell’autorità, consiste nel far riferimento ad un’autorità alla quale si riferisce l’assunto. La conoscenza viene così fondata ciecamente, nell’accettazione delle affermazioni di un soggetto autorevole, piuttosto che un grande filosofo o uno studioso importante. I suoi enunciati vengono considerati inattaccabili e assumono quindi il valore di verità dogmatica.

Il quarto metodo, del ragionamento logico, è impiegato quando si perviene ad una nuova conoscenza partendo da fatti conosciuti. La conclusione del ragionamento potrebbe essere vera, ma essa è lontana dall’essere certa se non viene verificata preventivamente la validità delle premesse.

Il quinto metodo è quello basato sull’esperienza del singolo. In questo caso l’acquisizione della conoscenza avviene attraverso l’esperienza sensoriale del soggetto. Si tratta di un metodo per alcuni versi “raccomandabile”, ma dalle potenziali possibilità di errore. In realtà, far affidamento sulla propria personale esperienza significa ragionare su di un piccolo campione del grande numero di situazioni possibili. La limitatezza di tale metodo è inoltre dimostrata sia dalla comprovata tendenza a dimenticare fatti o accadimenti, sia anche dalla naturale propensione a modificare, involontariamente, esperienze vissute o addirittura inventarne altre. Inoltre è possibile che i fatti, che rientrano nel nostro personale vissuto, costituiscano un campione distorto che può portare a false conclusioni.

Diversamente, con la nascita del metodo scientifico la conoscenza assume una visione differente. 

La scientificità di una disciplina non è data tanto dall’ambito di ricerca in base ai suoi contenuti, ma essa dipende da come i contenuti vengono investigati, trattati e dimostrati. Questo metodo deve possedere due requisiti fondamentali: quello del rigore e quello dell’oggettività.

Il rigore scientifico rappresenta un requisito imprescindibile all’interno di ogni disciplina (in particolare nelle scienze forensi), secondo il quale ciascuna affermazione deve risultare giustificata e logicamente correlata.

Il “metodo scientifico” altro non è che una tecnica per ragionare bene, una cassetta di attrezzi intellettuali che sono stati forgiati durante secoli di pratica al fine di correggere ed aiutare l’innata propensione del nostro apparato percettivo a organizzare gli stimoli dell’ambiante e a formare aspettative su di esso, sviluppando ipotesi e teorie che servano da guida per agire in un ambiente complesso.

L’affermazione dell’esperto è sostenibile se, all’interno di una data scienza, essa è fondata sui criteri di accertamento del dato ammessi dalla comunità scientifica, oppure si basa su espliciti nessi logici che la colleghino deduttivamente ad altre preposizioni la cui giustificazione sia stata raggiunta.

Una maggiore difficoltà è data, invece, dallo sforzo di definire il concetto di oggettività spesso utilizzato per sostituire il concetto stesso di verità.

L’oggettività scientifica può essere qualificata secondo i concetti di intersoggettività ovvero di invarianza.

Nella prima accezione, l’oggettività rappresenta una modalità di conoscenza indipendente dal soggetto, legata all’uso di procedimenti standardizzati, accettati e condivisi dalla comunità scientifica di riferimento.

Nella seconda accezione, un’affermazione è oggettiva quando risulti condivisibile da parte di qualunque soggetto ripeta l’operazione in base alla quale essa è stata proposta all’interno di un certo campo del sapere. In questo senso l’accento viene posto sulle caratteristiche di ripetibilità e di controllabilità dell’esperimento e dell’affermazione.

Un eventooggettivo è accessibile da punti di vista differenti; c’è o può esserci un accordo intersoggettivo su tale fatto, ma esso vale indipendentemente dalle nostre credenze, desideri e osservazioni.

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire perché l’intuito, inteso come unica fonte di ispirazione dell’investigazione forense, non deve entrare nell’indagine criminalistica.

Vi è da dire che nell’ambito giudiziario, sovente capita di confrontarsi con esperti in grafica forense che attribuiscono una funzione rilevante (o addirittura un ruolo unico e privilegiato) all’intuizione, intesa come capacità personale di percepire la verità, attraverso la quale ritengono di cogliere le intime sfaccettature del tracciato grafico, secondo un’asserita competenza e sensibilità personale, dipendente da una funzione libera e creatrice dell’intelletto umano.

Tale filosofia di pensiero, di evidente (e forse inconsapevole) derivazione bergsoniana, secondo la quale «l’intuizione – cioè “la simpatia per la quale ci trasportiamo all’interno di un oggetto” – precede ogni atto analitico dell’intelligenza, ma è anch’essa una forma di conoscenza», non può essere condivisa e trasportata in ambito giudiziario (anzi va evitata). Al concetto di intuizione non può essere attribuita una forma di autonomia, di unicità, né qualità di peculiare percezione di un campo valutativo che invece è riservato all’acquisizione della prova scientifica la quale, si ricorda, affonda le sue radici nella dimostrazione del dato.

Tutti i fenomeni di percezione cosciente sono frutto di interpretazioni modulate dall’interazione tra informazioni sensoriali e non-sensoriali e pertanto, nell’ambito della rilevazione di dati scientifici, si  ritiene che le motivazioni e i preconcetti dell’osservatore influenzino i percorsi di rilevazione stessi e di valutazione dei dati analitici.

In effetti la scansione dei processi psichici che sottendono la formazione della conoscenza e che si sostanziano nella testimonianza specialistica che l’esperto è chiamato a fornire in ambito giudiziario (attraverso la Consulenza o la Perizia), si sviluppano in tre momenti: la percezione, la memorizzazione e la rappresentazione dei dati. 

È interessante approfondire, per gli scopi di questo lavoro, il fenomeno della percezione e della comprensione di una realtà fenomenica. 

La percezione dell’esperienza, da cui scaturisce la narrazione dell’esperto, non è una mera ricezione di un input sensoriale, ma è un fenomeno articolato di interpretazione della realtà, costantemente compulsato da meccanismi raziocinanti che, anche se inconsapevoli, impediscono di assumere a priori che, la conoscenza di un fatto, si esaurisca in una piatta registrazione di dati.

In effetti, il meccanismo della percezione, è organizzato attraverso diversi passaggi. Il primo coincide con l’assunzione di un’informazione sensoriale che nasce dalla registrazione di uno stimolo fisico da parte degli organi ricettori (nel caso dei periti grafici in uno stimolo visivo). In questo primo momento non è possibile verificare se il background esperienziale possa influire sulla sua capacità percettiva, in quanto è con la registrazione di un determinato fenomeno fisico e con la trasformazione in segnale nervoso che l’informazione sensoriale viene compresa. È in questo secondo passaggio, quindi, che vi è l’acquisizione di una sensazione.

Una volta innescato il fenomeno di trasduzione dello stimolo, l’elaborazione della realtà segue processi differenti a seconda di ciascun individuo. È proprio in questo snodo psichico che si deve ricercare la diversità nella formazione della conoscenza, tra diversi esperti appartenenti ad una medesima categoria professionale.

Chi agisce di intuito limita il raggiungimento di una conoscenza razionale e dimostrabile di un determinato fenomeno in quanto raggiunge immediatamente una conclusione basata sul solo dato esperienziale e senza alcuna racconta obiettiva, valutazione e falsificazione dei dati oggettivi utili per la conferma delle ipotesi.

Ad esempio, un medesimo quesito peritale vertente la verificazione della contraffazione di un assegno bancario nonché dell’autografia della sottoscrizione apposta in calce, in mancanza di un preciso protocollo di indagine, verrebbe probabilmente affrontato e risolto in modo del tutto diverso da periti di differente formazione ed esperienza. Infatti queste ultime condurrebbero ad un sostanziale uso indiscriminato e diverso linguaggio espositivo, nonché ad una variegata applicazione di differenti metodiche di indagine. Nel caso di analisi della manoscrittura, vi è chi procederebbe direttamente al confronto della scrittura in indagine con quelle comparative, trascurando qualsivoglia analisi autonoma dei reperti, procedendo ad un mero raffronto figurativo; invece, altri esperti effettuerebbero un’analisi preliminare del reperto in indagine, svincolata dagli esperimenti comparativi, dalla quale acquisirebbero maggiori e più dettagliate informazioni indispensabili per l’indagine stessa. L’esperienza insegna che se un esperto conducesse analisi autonome sul reperto in indagine in maniera frettolosa, pigra e in assenza di oggettivazione dei fenomeni riscontrati, sarebbe tendenzialmente portato ad applicare il medesimo criterio (anti-scientifico) anche nelle fasi successive di indagine e di rappresentazione dei dati emersi.

In tale contesto, un approccio di tipo intuitivo del reperto in indagine, potrebbe condurre inoltre ad un giudizio superficiale di genuinità in assenza di tracce visibili di contraffazione, laddove, invece, un approccio di natura protocollare e standardizzato (che segua le fasi di una check-list di indagine predeterminata dalla comunità scientifica), porterebbe ad una oggettiva e consapevole esplorazione del reperto e ad un eventuale riscontro di elementi intrinseci di falsificazione altrimenti non rinvenibili di intuito.

Peraltro l’intuito attiene non solo al momento dell’osservazione del reperto di indagine, ma influisce anche sul momento dell’esposizione di un determinato fenomeno (grafico) osservato. È il caso, ad esempio, di chi riferisse che la scrittura è dotata intrinsecamente di “respiro” senza specificarne il significato e senza esternare l’iter logico-scientifico che sottende l’uso di una tale locuzione la quale, priva di oggettivazione, rimane ancorata ad una mera percezione ideale di chi l’ha proposta. 

Ciò è dovuto alla naturale propensione di ciascun esperto a focalizzare l’attenzione di indagine soltanto su alcuni elementi (unicamente quelli acquisiti alle proprie soggettive nozioni, esperienze, competenze e preparazione) tralasciandone altri; ognuno pertanto sarà inconsapevolmente portato a vedere e valutare un fatto secondo “il proprio modo”, senza l’applicazione di un valido criterio logico e oggettivo d’indagine.

È proprio per tali ragioni che l’intuito non può bastare e non deve trovare spazio come fonte unica dell’indagine forense, in quanto, in una tale prospettiva, l’indagine stessa sarebbe rimessa all’arbitrio personale dell’esperto, da un lato, e si sottrarrebbe al controllo della correttezza d’uso dello strumento scientifico, dall’altro.

Wittgenstein nella sua opera “Della certezza”, ricorda: “Se un tizio chiedesse: «Ma questo è vero?» potremmo rispondergli: «Si»; e se esigesse che gli diamo delle ragioni; potremmo rispondergli: «Non posso darti nessuna ragione, ma se imparerai di più, sarai anche tu di questa opinione»”.

Tale ragionamento è del tutto errato ed inapplicabile all’ambito giudiziario.

Diversamente, l’esperto deve giustificare i singoli percorsi logici che lo hanno portato ad operare  determinate scelte e rilievi, mentre il controllo sulla congruenza logica, nonchè dei ragionamenti scientifici, deve spettare al giudice, il quale è “custode” del metodo scientifico. La valutazione della prova scientifica comprende il controllo logico sulla scientificità delle inferenze, ossia sulla correttezza degli argomenti sviluppati per applicare le conoscenze scientifiche ai casi concreti. L’esperto, pertanto, deve tenere compresenti i canoni del ragionamento e della spiegazione scientifica, i vincoli normativi e i precedenti giurisprudenziali che marcano le differenze tra le inferenze praticate in quel campo della scienza (o della tecnica) e quelle che devono ritenersi adeguate a una valutazione dei fatti in termini giuridici.

In ambito giudiziario è necessario adottare un iter logico ed una terminologia espositiva unica, omogenea e coerente, in modo da rendere chiari e facilmente comprensibili i termini dell’accertamento.

L’esperto che fondasse i risultati del proprio lavoro sulla base di intuizioni o su congetture personali, fallirebbe fin da subito nel compito affidatogli poiché introdurrebbe nell’accertamento giudiziario modelli concettuali meta-scientifici di dubbia o di impossibile confrontabilità dei risultati.

È scientifico, invece, quel metodo che mira a costruire un sapere certo e giustificato, mediante un protocollo di operazioni finalizzate ad un risultato la cui validità, sotto il profilo cognitivo, è sancita dal giudizio della comunità degli esperti del settore.

La certezza tuttavia non è riferita ad una verità di tipo fattuale, in quanto non esiste un metodo, che seppur correttamente seguito, possa far pervenire ad una conoscenza certa. Tale garanzia è propria delle scienze formali o analitiche (logica, matematica, geometria, etc.), in cui la verità delle premesse si trasmette invariata alle conclusioni. Le scienze empiriche e/o umane non concedono un unico metodo che conduca all’assoluta verità delle conclusioni.

Inoltre, l’applicazione di un metodo scientifico non può essere considerata, di per sé, come l’unica soluzione al problema; ovvero, non è l’applicazione del metodo scientifico (per quanto corretta sia) a garantire l’esattezza delle conclusioni in ambito giudiziario, a meno che l’esperto non abbia consapevolezza e preparazione, riuscendo a fornire un’adeguata motivazione oggettiva, tecnico-scientifica e la chiave di lettura di quanto egli stesso abbia osservato e descritto nel proprio accertamento. Ciò, pertanto, permette l’applicazione del metodo scientifico anche sotto un altro importante profilo: quello della controllabilità da parte del magistrato, oltre naturalmente che delle altre parti processuali. 

La funzione di controllo consiste nel verificare se in un caso concreto l’esperto abbia correttamente applicato il protocollo di indagine, il principio scientifico, la strumentazione tecnica di cui si è avvalso, etc., e se le deduzioni conseguenti siano, o meno, coerenti e logiche rispetto ai dati assunti.

Da qui l’esigenza di adottare un protocollo comune di indagine soprattutto in quelle discipline “deboli”, in quanto condizionate dalla valutazione estimativa.

La perizia grafica è una branca delle scienze forensi; pertanto il principale ostacolo da superare è quello di conciliare due esigenze: la scienza ricerca leggi generali, mentre il diritto deve dare la risposta al caso singolo. Si verifica, quindi, una sovrapposizione di due modelli cognitivi, di due diverse epistemologie del giudizio: quella scientifica e quella giudiziaria. Tuttavia se la scienza: “corregge presto o tardi i propri errori, diversamente i fatti non correttamente accertati nel processo, sono quasi sempre irrimediabilmente persi”.

L’errore giudiziario ha conseguenze disastrose, sia nel processo civile che in quello penale, che non sempre è possibile correggere. Pertanto il diritto deve muoversi con cautela di fronte all’utilizzo di tecniche e di strumenti particolari, inerenti un tradizionale sapere “debole” su temi fondamentali per il processo, elaborati dalle scienze forensi ed in particolare nelle indagini sul falso documentale e sulla verificazione della manoscrittura.

L’obiettivo fondamentale dell’ordinamento giudiziario è, quindi, quello di predisporre un meccanismo processuale che consenta un giudizio vero ed autentico, cioè una decisione del giudice che sia più vicina alla verità.

Incombe perciò su tutti gli operatori di giustizia – e pertanto anche sul consulente o sul perito chiamato a svolgere le proprie funzioni in ambito giudiziario – il dovere morale, prima che giuridico, di ridurre l’errore, al fine di scongiurare, o quantomeno attenuare, l’errore giudiziario e le devastanti conseguenze che esso produce sul singolo cittadino, vittima dell’errore stesso, sulla società e sulla credibilità dello Stato.

Il rispetto di un protocollo e di linee guida, ha, pertanto, come intento quello di offrire sia uno strumento di tutela per i singoli esperti, sia di garanzia verso il cittadino/committente, offrendo anche la possibilità di controllare la correttezza dell’iter investigativo da parte dell’organo giudicante e delle parti processuali. 

Come già accennato la grafica forense rientra nell’alveo delle scienze forensi e per mantenere tale dignità scientifica, oltre a qualificare, quantificare e arginare l’errore dell’accertamento tecnico, necessita del rispetto di un protocollo indicato dalla comunità scientifica. Nel caso dell’esame forense delle manoscritture, la comunità scientifica ENFSI ha delineato un manuale di Best Practice, versione 01 del novembre 2015, attraverso il quale si propone di uniformare le procedure, i principi qualitativi, i percorsi formativi e gli approcci metodologici delle discipline seguite nella pratica forense, in modo da ottenere risultati affidabili, utilizzando al meglio le informazioni per produrre prove attendibili e facilitare lo scambio di dati tra operatori del settore.

Al pari dell’analisi forense delle manoscritture l’ENFSI ha delineato analoghi manuali di Best Practice inerenti le diverse discipline forensi. 

Il Consiglio dell’Unione Europea (C.U.E.), con il suo documento programmatico: “Progetto di conclusioni e piano d’azione sulla via da seguire in vista della creazione di uno spazio europeo delle scienze forensi” (documento 8770/2016), ha rilevato che le prove forensi sono sempre più importanti in materia penale e che le autorità giudiziarie devono poter confidare nel fatto che i dati forensi di cui si avvalgono siano di qualità elevata, indipendentemente dalla giurisdizione in cui siano state presentate o elaborate le prove.

A tal proposito il C.U.E., nel documento programmatico, ha riconosciuto l’importanza del ruolo svolto dall’ENFSI quale piattaforma per uno scambio efficiente di conoscenze forensi, la cui finalità è quella di mettere a punto requisiti minimi di qualità per le analisi forensi, di agevolare la collaborazione a livello internazionale e di individuare le necessità principali inerenti al sistema della comunità forense.

Il Consiglio dell’Unione Europea ha individuato nei manuali di buone pratiche elaborati dall’ENFSI (con riguardo sia alle scienze forensi tradizionali che moderne), le procedure che permetteranno di raggiungere un maggiore allineamento delle prassi e un miglioramento della qualità dei servizi forensi a disposizione dell’autorità giudiziaria in tutta Europa.

Per tale ragione l’Associazione Grafologia Italiana (A.G.I.), ha stabilito di allinearsi alle direttive europee mutuandone il manuale delle Best Practice dell’ENFSI (adattandolo alla realtà giuridica italiana), al fine di aderire e rimanere il linea con i parametri di adeguamento che l’Europa chiede nell’ambito delle scienze forensi e della presentazione delle prove in ambito giudiziario.

Approfittando di questa esigenza di allineamento ad uno standard europeo, l’A.G.I. ha colto tale opportunità al fine di colmare e disciplinare un vuoto procedurale e le problematiche inerenti l’indagine grafica forense, che da sempre sono state dibattute e mai risolte.   

Il protocollo scientifico (così come in tutte le scienze forensi) si articola in tre macro-fasi così distinte: analisi, comparazione e valutazione

Nella prima fase, analisi, l’esaminatore forense dovrà procedere ad un dettagliato esame autonomo e preliminare dell’evidenza fisica del reperto in indagine (ad esempio una manoscrittura), al fine di comprenderne le reali possibilità di accertamento, individuando e discriminando altresì le ipotesi a priori. Allo stesso modo dovrà condurre la medesima analisi dettagliata sui reperti conosciuti (ad esempio manoscritture di comparazione). 

Pertanto in questa fase di analisi autonoma, l’esperto dovrà quantificare e qualificare l’importanza di ogni elemento riscontrato al fine di comprenderne le concrete possibilità di accertamento. 

In tale fase, inoltre, dovrà raccogliere un numero sufficiente di elementi che si prestino, successivamente, ad essere confrontati.

Nella fase della comparazione l’esperto forense focalizzerà l’attenzione sui singoli elementi che si prestano al confronto, adottando una strategia di esame che passa dal generale al particolare, procedendo ad un esame sia delle caratteristiche coincidenti sia di quelli divergenti. È attraverso questa oggettivazione di tutti i dati emersi (coincidenti e divergenti) che l’esperto (ma anche chi è chiamato a controllarne il procedimento logico-tecnico-deduttivo), potrà valutare l’attendibilità delle ipotesi formulate (privilegiate).

Un esempio concreto faciliterà la comprensione di quanto asserito: l’esperto è chiamato a valutare la genuinità di un reperto sottoscrittivo tenendo conto delle scritture conosciute acquisite agli atti. Attraverso l’analisi autonoma preliminare del reperto in indagine – la quale prevede l’utilizzo di strumentazione ottica non solo per indagare la qualità della linea grafica ma anche per oggettivare il rapporto tra il mezzo di scrittura e il supporto cartaceo, nonché per verificare la presenza (ma anche l’assenza) di fenomeni fraudolenti tipici del falso documentale – l’esperto potrà enunciare le ipotesi a priori sulla natura dello stesso reperto ed escludere quelle ritenute superflue per l’indagine. Attraverso un uso consapevole della strumentazione ottica, nonché a seguito di una oggettiva evidenza fisica degli elementi grafici riscontrati, l’esaminatore potrà valutare, ad esempio, già in questa prima fase autonoma, l’esclusione dell’ipotesi di apposizione meccanica (timbro-firma, stampa, etc.), dell’ipotesi di ricalco (per lucido, per traccia a matita, etc.) o composizione, dell’ipotesi di imitazione lenta, etc., in quanto dalla suddetta analisi non sono emersi i fenomeni tipici e caratteristici delle ipotesi discriminate. Tale distinzione dovrà rifarsi e tenere conto di quanto previsto in letteratura e nelle linee guida di riferimento, al fine di evitare che lo stesso esaminatore incorra (anche se inconsapevolmente) in errori e pregiudizi causati dall’intuito, suggestioni o, peggio ancora, da inesperienza. Da tale preliminare indagine, ne scaturisce un numero ridotto di ipotesi rispetto all’enunciazione iniziale e nel contempo l’esperto avrà compreso nel dettaglio le caratteristiche complessive della line quality. Inoltre l’esaminatore dovrà anche stabilire se gli elementi raccolti autonomamente siano sufficienti ed idonei per poter condurre un compiuto matching di confronto.  

Nella prima fase rientra anche l’analisi autonoma (scevra da condizionamenti) dell’intero campionario conosciuto (comparativo), esaminando tutti i fenomeni grafici presenti in esso. In questa fase si raccoglieranno tutti i dati oggettivi emersi dall’analisi, i quali fungeranno anche da supporto alla successiva fase di matching e bilanciamento tra le ipotesi delineate nella fase precedente. 

L’esigenza protocollare di procedere all’analisi autonoma dei reperti conosciuti, permetterà all’esperto di evitare di giungere direttamente ai confronti (tra il reperto in indagine e i reperti comparativi), attribuendo, pertanto, importanza solo ed esclusivamente a quegli elementi che confermerebbero la propria ipotesi iniziale, trascurando gli elementi contrari che, diversamente, nel rispetto di un protocollo scientifico, debbono essere sottoposti a vaglio. Operando correttamente, l’esperto potrà scongiurare gli errori determinati dal pregiudizio di conferma (bias).

La seconda fase, quella della comparazione (matching), apparentemente sembra la più banale ma, in realtà, nasconde delle vere e proprie insidie in quanto l’esperto, anche se inconsapevolmente, può decidere di sottoporre a comparazione solo alcuni degli elementi evidenziati nelle due rispettive fasi autonome, spostando l’esito della valutazione finale in un senso piuttosto che in un altro.

Essendo la grafica forense una disciplina sostanzialmente fondata sulla valutazione del dato, l’esperto riveste un ruolo fondamentale nella fase di scelta degli elementi da sottoporre a confronto; egli deve decidere cosa è da considerare elemento di prova “forte” e ciò che può essere invece considerato un elemento di prova “debole”. In questa fase gioca un ruolo fondamentale la conoscenza di sfondo posseduta dall’esperto la quale potrebbe condizionare l’esito della comparazione e dell’accertamento. Lo stesso esperto sarebbe portato, dunque, a qualificare gli elementi riscontrati solo secondo una propria conoscenza, senza invece seguire un l’iter di indagine proposto dalla comunità scientifica di riferimento.  

Per ogni elemento rilevato nella fase di descrizione della comparazione, l’esaminatore dovrà pertanto formulare un’asserzione a proposito del perché egli ritenga di attribuire un determinato peso probatorio all’elemento stesso. Tale asserzione dovrà essere tesa a dimostrare che alla base di ogni riscontro vi sia un ragionamento logico che giustifichi il riscontro medesimo e che fondi le sue radici nella letteratura scientifica e nel protocollo adottato.

Nella terza fase, quella della valutazione, viene applicato uno standard per decidere se la quantità e qualità delle coincidente riscontrate nella fase della comparazione siano sufficienti per superare la soglia dell’identificazione.

Tale decisione, ad oggi, è ancora affidata all’esperienza dell’esperto (nel peggiore dei casi all’intuito) la quale è condizionata dalla propria formazione professionale. Da ciò discende il fatto che variando l’esperienza settoriale di chi è chiamato ad esprimersi, possa variare il valore del peso probatorio attribuito al dato, la sua forza identificativa e il giudizio scaturente dalla comparazione. Pertanto, secondo questo ragionamento, l’opinione di un esperto è accettabile quanto quella diametralmente opposta dell’avversario. Invece la validità di un’opinione rispetto all’altra è legata alla correttezza dell’iter dimostrativo che deve rispettare un procedimento logico-scientifico, conformando l’efficacia del giudizio emerso ai principi accreditati dalla comunità di riferimento.

Si pensi, ad esempio, all’esperto che in fase di analisi di una manoscrittura, intenda qualificare e/o quantificare la pressione grafica attraverso la percezione tattile del rilievo del solco scrittorio, percepito da tergo del foglio, pretendendo di conferire a tale esame anti-scientifico (da molti definito “organolettico”) una presunzione di oggettività.

Il compito dell’esperto è quello di fornire, quindi, una spiegazione logico-scientifica di ciò che ha rilevato e dedotto, cioè dovrà formulare una relazione di rilevanza esplicativa inerente la prova che intende trasferire nel giudizio. Pertanto, nell’enunciare il ragionamento probatorio non dovrà incorrere nell’errore di esprimere opinioni sul merito del processo perchè questo compito spetta al solo giudicante il quale è l’unico a conoscenza di tutto il materiale probatorio esibito nel processo.

A conclusione di queste tre macro-fasi l’esperto, prima di procedere con la risposta al quesito e a seguito della raccolta delle risultanze analitiche oggettivamente rilevate, dovrà bilanciare (in forma “logica”), l’ipotesi ritenuta a-posteriori (intesa come risposta al quesito) con le restanti ipotesi privilegiate (anche equiprobabili) emerse a seguito della discriminazione in fase di analisi autonoma del reperto in indagine.

In altre parole l’esperto dovrà testare la “resistenza” dell’attendibilità dell’ipotesi più credibile emersa a seguito delle comparazioni, rispetto alle restanti ipotesi (privilegiate) scartate sempre a seguito dei raffronti. 

Tale logica verificativa, trova le sue radici sul falsificazionismo che muove da un’ipotesi teorica per individuare in forma ipotetica-deduttiva, i suoi falsificatori potenziali; cioè tutte le asserzioni-base con cui è in contraddizione e che servono per il suo controllo. Solo su questa base un’ipotesi può rivelarsi credibile (scientifica) e può essere confermata quando abbia manifestato un adeguato grado di “resistenza” a tali verifiche. 

Volendo proporre un esempio, ricollegandosi alla esemplificazione sopra riportata circa le ipotesi privilegiate, si è supposto che dall’analisi autonoma preliminare del reperto in indagine siano emerse alcune ipotesi privilegiate. Ovvero, in un ventaglio di ipotesi di partenza a-priori (a es.: scrittura meccanica o manuale, imitazione per ricalco, imitazione lenta, imitazione veloce, dissimulazione, invenzione, attribuzione positiva, attribuzione negativa) a seguito dei riscontri in via autonoma, emergono solo delle ipotesi privilegiate (a es.: imitazione veloce, dissimulazione, invenzione attribuzione positiva, attribuzione negativa). Da queste ipotesi privilegiate, l’esperto, a seguito degli esperimenti confrontuali, perverrà a un’ipotesi principale ritenuta verosimile. Ebbene, tale ipotesi, prima di essere posta a fondamento della valutazione conclusiva, dovrà sostenere una “prova di resistenza logica”, basata sul superamento di quelle asserzioni che sono in contraddizione con l’ipotesi principale. Supponiamo che l’ipotesi principale individuata dall’esperto sia quella dell’imitazione veloce. L’esperto dovrà dimostrare, basando il proprio convincimento con quanto previsto in letteratura e nelle linee guida, che gli elementi a supporto dell’ipotesi stessa non siano comuni e/o compresenti anche nelle altre ipotesi ritenute non verosimili. Pertanto l’ipotesi ritenuta valida deve essere in qualche modo una negazione delle restanti.

Le tre macro-fasi così delineate (analisi, comparazione e valutazione), sono conosciute nei paesi anglosassoni con il nome di metodo ACE-V. L’acronimo denota le fasi sopra elencate (Analysis, Comparison, Evaluation), ed è arricchito da una quarta fase di indagine definita Verification. Quest’ultimo quarto stadio, la verifica, prevede che, ad analisi terminata, un secondo esaminatore convalidi l’analisi del primo esperto. 

Il termine e la metodologia ACE è stata per la prima volta utilizzata da Robert Huber negli anni sessanta, a proposito dell’esame di documenti oggetti di possibile falsificazione, mentre in ambito giudiziario, tale metodica è stata applicata alle ulteriori scienze forensi (e in particolar modo alle impronte digitali), dal 1999.   

Vi è da porsi una iniziale domanda: perché la metodologia ACE è di valido ausilio all’esperto forense? La risposta è che tale metodo ha come scopo quello di suggerire i vari step sequenziali che devono essere applicati rigorosamente. 

Erroneamente nell’analisi di una manoscrittura l’esaminatore sovente ritorna sui suoi passi ovvero parte direttamente dalla fase delle comparazioni (a seguito di una iniziale analisi effettuata in modo superficiale) per poi percorrere a ritroso la fase che avrebbe dovuto precedere il confronto. Peraltro l’esperto potrebbe anche, inconsapevolmente, possedere delle informazioni estranee all’accertamento che condizionerebbero il suo giudizio.  

Nella normale prassi di indagine, sia nel campo della grafica forense quanto nelle restanti branche delle scienze criminalistiche, l’esperto si lascia (involontariamente) influenzare secondo la presenza di reperti di natura coincidente o non coincidente. Nel primo caso egli tende a focalizzare la propria attenzione solo ed esclusivamente sugli elementi di identità, tralasciando quelli divergenti; nel secondo caso, invece, egli dirige l’attenzione sulle sole differenze tralasciando quelle eventuali di comunanza.

In entrambi i casi sono ravvisabili errori causati da bias (pregiudizi) i quali indirizzano l’accertamento in un senso piuttosto che nell’altro, a seconda degli elementi comparativi presenti nell’indagine. Il metodo ACE propone, invece, nelle tre macro-aree, un’indagine rigorosamente sequenziale nella quale ogni fase è del tutto indipendente dall’altra, ponendo l’indagine stessa in una condizione di tutela da eventuali preconcetti da parte dell’esperto. 

La quarta fase del metodo ACE, vale a dire la Verifica, nei paesi anglosassoni è condotta generalmente a cieco, ed è stata adottata e riconosciuta anche nei manuali di Best Practice dell’ENFSI, nonché trattata da numerosi autori, italiani e stranieri, in ambito scientifico. Tuttavia questo ultimo stadio non può essere attualmente applicato nelle indagini criminalistiche nel nostro ordinamento giudiziario, in quanto manca una norma che ne imponga l’adozione.

Considerazioni conclusive

Volendo tracciare un profilo conclusivo di quanto si è detto nel presente lavoro, va aggiunto che per favorire l’accertamento giudiziario e ridurre la distanza tra il mondo del diritto e quello della scienza, non solo è necessario adottare delle metodologie più rigorose nello svolgimento delle indagini, ma è necessario introdurre nel giudizio un dato di indagine qualitativamente migliore rispetto a quanto si sia fatto in passato e nel contempo sensibilizzare la capacità del magistrato nel valutarlo grazie alla propria formazione professionale.

Una conoscenza scientifica sarà immediatamente comprensibile alle parti processuali e al magistrato, solo se presenterà caratteristiche di imparzialità, correttezza e oggettività.

L’esperto dovrà dimostrare di aver seguito protocolli e procedure accreditate e validate dalla comunità scientifica. 

Questo parametro assolutamente centrale nelle valutazioni del giudice americano (che riveste un ruolo di gatekeeper), è ancora in parte sconosciuto al giudice italiano. Vi deve essere, pertanto, l’esigenza di omologazione agli standard internazionali scientifici, che deve prevalere sulle “gelosie dell’esperto artigiano” (G. Gennari, 2016, pag. 145).

Le linee guida esistono nei vari ambiti dell’indagine scientifica forense e il loro sviluppo e la loro conseguente validazione, rappresenta infatti uno dei modi più sicuri per accreditare e verificare la scientificità di procedure forensi. Ecco perché chi giudica, o si avvale dell’esperto nella fase delle indagini, dovrebbe pretendere di conoscere dall’esperto se utilizza determinate linee guida e quanto queste siano autorevoli. Poi, successivamente, sarà su questo aspetto che potrà svilupparsi il confronto in sede dibattimentale ovvero nel contraddittorio tra le parti.

Quindi, idealmente, l’esperto che si siede davanti al tribunale è un esperto che ha osservato tutte le linee guida e i protocolli internazionalmente prescritti dalla comunità scientifica nel suo settore di conoscenza, che ha onorato tutte le strategie per non cadere in bias cognitivi, che si è conformato a regole di correttezza e imparzialità e che proviene da un percorso di studi accreditati.

L’esperto dovrebbe essere sottoposto ad un attento scrutinio sulle sue credenziali; questo è un passaggio fondamentale nei sistemi anglosassoni, mentre il giudice italiano fa ancora molta fatica a verificare la reale competenza dell’esperto nominato (metodo soggettivo). 

Tutto ciò assume maggiore rilievo nel settore della grafica forense, in quanto, nonostante i pilastri delle scienze forensi siano costituiti dalle analisi del DNA e da quelle dattiloscopiche (le quali godono, peraltro, anche di un forte impatto mediatico), le scienze forensi a cui maggiormente si ricorre in ambito giudiziario, sono invece le indagini foniche e quelle grafiche.

È importante ricordare che le indagini biologiche e dattiloscopiche differiscono sensibilmente dalle altre branche di indagini forensi, per la struttura delle variabili oggetto dell’osservazione, in quanto il profilo genetico e le impronti papillari sono elementi personali, individuabili esattamente (variabili discrete) e soprattutto inalterabili nel corso della vita (a meno di fattori eccezionali).

Nel caso della grafica forense (nonché della fonica), le variabili oggetto di osservazione ed analisi sono continuamente e costantemente mutevoli ed è proprio per questa ragione, così come viene richiamato nei principi dell’ENFSI, che si necessita di un approccio estremamente preciso e rigoroso finalizzato ad evitare (o quantomeno limitare) gli errori in cui facilmente può incorrere l’esperto quando si affidi esclusivamente ad una valutazione soggettiva.

Negli ultimi anni si assiste a una enorme evoluzione del sapere scientifico in tanti dei suoi campi e l’A.G.I., aderendo alle iniziative in ambito europeo, di formazione e stesura di protocolli, intende stare al passo con le migliori procedure scientifiche di analisi della manoscrittura e del documento in ambito forense. Ciò al fine di conferire maggiore dignità scientifica alla materia e credibilità all’esperto in sede di testimonianza tecnica.

Peraltro il campo del sapere scientifico ha messo a disposizione degli esperti forensi negli ultimi anni possibilità e tecniche di indagine prima non conosciute le quali contribuiranno nel futuro a ridurre di molto la “forbice” tra verità processuale e verità storica. Questo naturalmente pone problematiche che la stessa magistratura, l’avvocatura e gli esperti forensi chiamati nel settore (comunità scientifiche e associazioni di categoria), dovranno affrontare e risolvere nell’immediato futuro.   

Le esperienze straniere possono fornire utili suggerimenti nell’affrontare l’intreccio tra scienza e giustizia, ma soprattutto nel definire quali possano essere gli standard protocollari indispensabili per l’acquisizione di una prova scientifica in ambito processuale.

Si tratta dunque di mettere insieme il meglio delle ricerche scientifiche, delle linee guida e dei protocolli già elaborati da molte comunità scientifiche (soprattutto in tema di grafica forense e falso documentale), per contribuire ad elevare la qualità dell’accertamento grafico forense utilizzato nel processo.  

Piccoli tasselli di una complicata operazione da portare a termine da parte di chi, per formazione culturale, non è mai stato abituato a ragionare con mente scientifica. In questa operazione un ruolo assolutamente centrale lo devono giocare gli stessi esperti. È giunto il momento di dichiarare apertamente l’insostenibilità del principio del judex peritus peritorum. A questo dovrebbe sostituirsi la regola del giudice consapevole fruitore del sapere dei periti.

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Maurizio Castaldi è Avvocato e Membro Ordinario dell’Associazione Nazionale Grafologica Italiana nonchè cultore della materia Criminalistica. È Regolarmente iscritto presso gli Elenchi del Tribunale Civile e Penale di Napoli nonché presso gli Elenchi della Procura della Repubblica, e svolge la professione di Perito Grafico Forense.

Giuseppe Santorelli è Membro Ordinario dell’Accademia Italiana di Scienze Forensi e Membro Ordinario dell’Associazione Nazionale Grafologica Italiana nonchè cultore della materia Criminalistica. 

È Regolarmente iscritto presso gli Elenchi del Tribunale Civile e Penale di Napoli nonché presso gli Elenchi della Procura della Repubblica, e svolge la professione di Perito Grafico Forense.

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Giuseppe Santorelli (Napoli, 30 giugno del 1979) è Esperto in analisi e comparazioni di grafie e falso documentale in ambito forense, formatore in ambito nazionale e autore di articoli scientifici. Membro ordinario dall'Associazione Grafologica Italiana e Membro del Dipartimento Peritale, nonchè ordinario dell'Accademia Italiana di Scienze Forensi. Studioso e profondo conoscitore delle linee guida Europee dell’ENFSI nonché degli standard internazionali ASTM, in uso nel settore dell'esame forense delle manoscritture. Studioso della realtà giuridico tecnico-scientifica nord americana e degli sviluppi anglosassoni delle scienze forensi. Da diversi anni, mediante una divulgazione scientifica, condivide con la comunità di esperti grafologi nazionali un approccio multidisciplinare all'indagine grafica mediante i più aggiornati protocolli e avanzate tecnologie. Insieme al Dipartimento Peritale dell'Associazione Grafologica Italiana, già dal 2017, ha elaborato (e pubblicato) il Protocollo di indagine nell'esame forense delle manoscritture (mutuato dalle Best Practice dell'ENFSI) e le linee guida del grafologo forense.