Incidente sul lavoro: quando il committente risponde per colpa in eligendo

La sentenza della Cassazione n.22095 del 2019 si sofferma sul meccanismo di risalita della responsabilità verso il committente nel caso di incidente sul lavoro occorso a un dipendente di una ditta appaltatrice.

Il caso è quello di lesioni colpose in danno di un dipendente di una società cui il committente si era rivolto per allestire un ponteggio.

Il malcapitato era precipitato da circa nove metri procurandosi lesioni gravi. Gli accertamenti avevano poi evidenziato, tra l’altro, che il dipendente lavorava totalmente in nero oltre a non essere munito di regolare permesso di soggiorno.

La Corte di Cassazione, nel ritenere responsabile la società committente al pari dell’appaltatrice, ha affermato che “la giurisprudenza di legittimità ha da tempo chiarito che, in materia di responsabilità colposa, il committente di lavori dati in appalto deve adeguare la sua condotta a due fondamentali regole di diligenza e prudenza:

a) scegliere l’appaltatore e più in genere il soggetto al quale affida l’incarico, accertando che la persona, alla quale si rivolge, sia non soltanto munita dei titoli di idoneità prescritti dalla legge, ma anche della capacità tecnica e professionale, proporzionata al tipo astratto di attività commissionata ed alle concrete modalità di espletamento della stessa;

b) non ingerirsi nella esecuzione dei lavori”.

E ancora, gli Ermellini rammentano che “in materia di infortuni sul lavoro, il committente ha l’obbligo di verificare l’idoneità tecnico-professionale dell’impresa e dei lavoratori autonomi prescelti in relazione anche alla pericolosità dei lavori affidati. In applicazione del richiamato principio è stata ritenuta la responsabilità dei committenti, in relazione alla morte di un lavoratore edile precipitato al suolo dall’alto della copertura di un fabbricato; ciò in quanto, pur in presenza di una situazione oggettivamente pericolosa, i committenti si erano rivolti ad un artigiano, ben sapendo che questi non era dotato di una struttura organizzativa di impresa, che gli consentisse di lavorare in sicurezza”.

Ulteriore aspetto che si rinviene nella giurisprudenza della Suprema Corte è la qualificazione dell’ingerenza rilevante, come requisito per la colpa in esigendo.

Ai fini della responsabilità del committente dei lavori essa non si identifica con qualsiasi atto o comportamento posto in essere da quest’ultimo, dovendo consistere in una attività di concreta interferenza sul lavoro altrui tale da modificarne le modalità di svolgimento e da stabilire comunque con gli addetti ai lavori un rapporto idoneo ad influire sull’esecuzione degli stessi.

Ad esempio, il committente risponde degli eventi di danno subiti dai dipendenti dell’appaltatore quando si sia ingerito nell’esecuzione dell’opera e di ogni singola operazione di lavoro mediante una condotta che abbia implicato l’inosservanza delle norme di legge o di regolamento o prudenziali dettate, o comunemente seguite, a tutela degli addetti, esplicando così un ruolo sinergico nella produzione dell’evento di danno.

Applicando queste conclusioni al caso di specie, la Cassazione osservano che non possa escludersi un profilo di colpa in eligendo per l’appaltatore per essersi avvalso di una ditta appaltatrice che a sua volta si avvaleva di personale non inquadrato regolarmente, segnatamente di un lavoratore straniero privo del permesso di soggiorno, in tal modo ricavando un ingiusto profitto dalle condizioni di clandestinità del dipendente, non inquadrato regolarmente e sottopagato, rispetto alle tariffe di riferimento.

Considerazione finale attiene alla mancata applicazione (di cui non vi è traccia nell’esaminata sentenza) di una responsabilità ex D.Lgs. 231/2001 che, viceversa, sembra chiaramente trasparire sia per la rilevanza del reato presupposto sia per la caratterizzazione della condotta che ha in sé l’elemento dell’ingiusto profitto.

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