Social network: apologia, istigazione a delinquere o vera a propria adesione associativa. Un recente caso in tema di terrorismo

La sentenza della Cassazione Penale 22163 del 2019 ci consente di affrontare un tema di grande interesse per la nostra comunità di operatori forensi quale quella del valore dei contenuti dei messaggi diffusi tramite social network che si accompagna a quello, in questa sede non sviluppato, della ricerca della prova in internet nell’era dei social network.

Il caso è quello di un’ipotesi di terrorismo con alcuni soggetti chiamati in causa per aver incitato alla partecipazione alla “Jihad” e diffuso i relativi messaggi attraverso la creazione di pagine o la diffusione e la condivisione di contenuti su Facebook sebbene, talvolta, mediante l’utilizzo di nomi di fantasia.

L’elaborazione della giurisprudenza di legittimità, nell’affrontare l’inedito problema di organizzazioni terroristiche transnazionali di matrice etnico-religiosa, a base diffusa e struttura fluida, con modalità di propaganda e reclutamento che privilegiano mezzi informatici di grande impatto e difficile controllo, che fanno leva su programmi di spiccato contenuto ideologico e fondati su una chiamata al jihad anche di carattere individuale, non ha trascurato di prestare doverosa attenzione alla necessità di ancorare l’anticipazione della soglia di punibilità propria dei delitti di attentato e dei reati di pericolo alla valutazione di offensività in concreto delle condotte.

L’individuazione del minimo partecipativo risulta fondamentale per determinare ciò che è idoneo a realizzare la lesione dell’interesse protetto dalla disposizione incriminatrice di cui all’art. 270 bis cod.pen. (associazione con finalità di terrorismo) ovvero il meno grave reato di cui all’articolo 414 cod. pen. (istigazione a delinquere).

Il tutto nell’ottica di scriminare la condotta funzionale all’esistenza e all’attingimento degli scopi del sodalizio terroristico dalla lecita manifestazione di pensieri ed opinioni che, quantunque riprovevoli ed estranei all’humus culturale dei paesi occidentali, rientrano nella tutela costituzionale dell’art. 21.

Secondo la Corte “La norma di confine che delimita la condotta partecipativa dal basso è costituita dalla fattispecie di cui all’art. 414 cod.pen. che, nella sua duplice declinazione, sanziona l’istigazione, intesa quale sollecitazione all’insorgenza ovvero al rafforzamento dell’altrui proposito criminoso, e l’apologia, consistente nell’esaltazione di un fatto delittuoso finalizzata a determinarne l’emulazione. Trattasi di condotte connotate da dolo generico, che postulano come modalità costitutiva la destinazione del messaggio ad una pluralità di destinatari e punibili solo in presenza dell’effettiva idoneità della condotta istigatrice o apologetica a turbare l’ordine pubblico”.

E ancora “la giurisprudenza di questa Corte ha puntualizzato che, ai fini dell’integrazione del delitto di istigazione a delinquere, previsto dall’art. 414 cod. pen., (che è reato di pericolo concreto e non presunto) non basta l’esternazione di un giudizio positivo su un episodio criminoso, per quanto odioso e riprovevole esso possa apparire alla generalità dei consociati, ma occorre che il comportamento dell’agente sia tale per il suo contenuto intrinseco, per la condizione personale dell’autore e per le circostanze di fatto in cui si esplica, da determinare il rischio, non teorico, ma effettivo, della consumazione di altri reati e, specificamente, di reati lesivi di interessi omologhi a quelli offesi dal crimine esaltato”.

Applicando questi principi all’era dei social network, la Cassazione ha ritenuto che integra il reato di istigazione a delinquere, la diffusione, mediante l’inserimento su profilo personale Facebook, di comunicazioni contenenti riferimenti alle azioni militari del conflitto bellico siro-iracheno e all’Isis che ne è parte attiva, dai quali, anche solo indirettamente, possa dedursi un richiamo alla jihad islamica e al martirio, in considerazione, sia della natura di organizzazioni terroristiche, rilevanti ai sensi dell’art. 270-bis cod.pen., delle consorterie di ispirazione jihadista operanti su scala internazionale sia della potenzialità diffusiva indefinita della suddetta modalità comunicativa.

Nel caso oggetto di analisi nella sentenza in commento, la Corte territoriale ha ricondotto nel paradigma dell’art. 414 cod.pen. non solo la pubblicazione da parte del prevenuto di video, immagini, commenti che esaltano le azioni più brutali ed efferate dell’Isis, quali l’assassinio di ostaggi con la contestuale esortazione ad ucciderli ” ovunque li incontriate”, ovvero di messaggi diretti ad intimorire ( ” i nostri coltelli saranno presto sulle vostre gole..”) ma anche la diretta sollecitazione agli utenti a contribuire economicamente alla causa di rendere vittoriosa la religione islamica e la partecipazione a gruppi chiusi che hanno natura di strumenti d’indottrinamento piuttosto che di propaganda”.

Ugualmente deve rilevarsi che, sotto il profilo del dolo, la Corte territoriale non ha dato congruo conto delle ragioni alla base dei comportamenti dissimulatori adottati dal prevenuto per eludere l’attenzione degli organi investigativi e concretatisi nel ricorso a generalità di fantasia per la creazione di plurimi profili facebook.

Alla luce dei materiali scrutinati dai giudici di merito sono emersi, dunque, comportamenti che non si esauriscono nell’esaltazione dell’organizzazione terroristica e nell’invito ad aderirvi ma proiettano l’azione dei prevenuti nell’ambito della concreta attività di supporto al sodalizio. Area degli allegati

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