Di straordinaria importanza la pronuncia delle Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione che in data 4 giugno 2019, con la sentenza n. 19681, depositata in data 22 luglio, sono intervenute nella risoluzione di una questione di particolare importanza in tema del diritto riconosciuto a ciascun interessato di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei propri dati personali, ovvero di ciò che ormai viene connotato con la locuzione “diritto all’oblio”.

Il ricorso in Cassazione è stato presentato da un individuo il quale, per una vicenda giudiziaria occorsa nel lontano 1982 e scaturita a seguito di un omicidio in ambiente familiare, era stato condannato alla pena di 12 anni di reclusione.

Scontata la pena, aveva chiesto alla redazione di un periodico on-line la rimozione di un articolo che riportava notizie sul suo conto accostandole alla trascorsa vicenda giudiziaria; non ottenendo quanto richiesto ha successivamente attivato il rimedio giudiziale lamentando, di fronte a tale pubblicazione, l’insorgere di danni sia psicologici sia patrimoniali.

Nei primi due gradi di giudizio il ricorso è stato respinto. 

Dapprima il Tribunale ha rigettato la domanda condannando l’attore al pagamento delle spese di giudizio, successivamente la Corte d’appello ha rigettato il gravame, stavolta compensando le spese di giudizio, osservando che l’articolo era stato pubblicato sul web in seno ad una sorta di “rubrica-stampa” che settimanalmente rievocava una numerosa serie di casi di cronaca-nera, in particolare di omicidi particolarmente efferati avvenuti nel passato, e che non c’era alcuna volontà di riproporre ai lettori la conoscenza di una condanna, questa volta mediatica, a carico del colpevole.

Tale pubblicazione, pertanto, veniva ad essere valutata dai giudici di merito come “progetto editoriale” meritevole di rientrare nell’ambito del diritto costituzionale di cronaca, di libertà di stampa e di espressione protetti dall’art. 21 della Costituzione.

Contro tale sentenza l’attore ha proposto ricorso in Cassazione cui hanno resistito sia il quotidiano sia la giornalista autrice del pezzo pubblicato.

A seguito della discussione del ricorso, la Terza sezione civile della Cassazione ha trasmesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite della questione di particolare importanza costituita dalla necessità di stabilire i precisi confini tra il diritto all’oblio e il diritto di cronaca.

Le Sezioni unite però, ribaltando quanto assunto nei gradi di merito, hanno annullato la sentenza impugnata, rinviandola per la nuova decisione alla Corte d’appello, affermando che l’interesse della collettività a conoscere anche i fatti rievocati dal passato, “deve svolgersi in forma anonima, perché nessuna particolare utilità può trarre chi fruisce di quell’informazione dalla circostanza che siano individuati in modo preciso coloro i quali tali atti hanno compiuto” a meno che non riguardi protagonisti che hanno rivestito e rivestono tuttora un ruolo pubblico o siano particolarmente noti in quel territorio.

Le sezioni unite hanno proseguito nell’affermare che l’interesse a conoscere un fatto è sì espressione del diritto a informare e a essere informati ma “non necessariamente implica la sussistenza di un analogo interesse alla conoscenza dell’identità della singola persona che quel fatto ha compiuto” e quindi non può essere messa in discussione la decisione editoriale di pubblicare, con cadenza settimanale, nell’arco di un certo periodo di tempo, la ricostruzione storica di una serie di fatti criminali che ha impressionato la vita di una collettività.

Importanti i riferimenti, in seno alla sentenza, alle pronunce della giurisprudenza europea, alla giurisprudenza delle sezioni unite e all’art. 17 del Regolamento UE n. 2016/679 che ha disciplinato il diritto all’oblio.

La Corte d’Appello, quindi, nelle sue prossime conclusioni, dovrà tenere presente il seguente principio:

«In tema di rapporti tra il diritto alla riservatezza (nella sua particolare connotazione del c.d. diritto all’oblio) e il diritto alla rievocazione storica di fatti e vicende concernenti eventi del passato, il giudice di merito – ferma restando la libertà della scelta editoriale in ordine a tale rievocazione, che è espressione della libertà di stampa e di informazione protetta e garantita dall’art. 21 Cost. – ha il compito di valutare l’interesse pubblico, concreto ed attuale alla menzione degli elementi identificativi delle persone che di quei fatti e di quelle vicende furono protagonisti. Tale menzione deve ritenersi lecita solo nell’ipotesi in cui si riferisca a personaggi che destino nel momento presente l’interesse della collettività, sia per ragioni di notorietà che per il ruolo pubblico rivestito; in caso contrario, prevale il diritto degli interessati alla riservatezza rispetto ad avvenimenti del passato che li feriscano nella dignità e nell’onore e dei quali si sia ormai spenta la memoria collettiva (nella specie, un omicidio avvenuto ventisette anni prima, il cui responsabile aveva scontato la relativa pena detentiva, reinserendosi poi positivamente nel contesto sociale)».

Nella pratica quotidiana dei casi rimarrà che l’autorità giudiziaria, di volta in volta investita al ricorrere di analoghe circostanze, dovrà verificare l’esistenza di un interesse qualificato a una simile diffusione con riferimenti precisi alla persona o alle persone che di quegli eventi furono protagoniste sì, ma in un’epoca ormai passata e che, con il trascorrere del tempo, potrebbe diventare irrilevante per l’opinione pubblica.

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