Internet non è una “zona franca”: la diffamazione a mezzo social network in una recente pronuncia della Cassazione

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In tempi di estremo esacerbarsi dei livelli di discussione e di confronto, spesso amplificati dalla diffusione dei social network, la Cassazione penale richiama una serie di principi individuando dei precisi paletti e i chiari elementi che connotano la responsabilità per diffamazione a mezzo social.

In sintesi, l’imputato in ordine ad un articolo giornalistico.

Egli, nel riferirsi al soggetto istruttivo“, ed in tal modo offendeva, attraverso un mezzo di pubblicità diverso dalla stampa, il decoro e la reputazione dei predetti.

Per la Cassazione la responsabilità è “graniticamente scolpita”.

Sebbene l’episodio diffuso sulla stampa abbia costituito alle persone direttamente coinvolte nella vicenda, in particolare alla vittima e alle persone a lei vicine.


Né potrebbe assumere un qualche rilievo”, osserva la Cassazione, “il fatto ad arginare il fenomeno della graduale crescita degli illeciti commessi dagli internauti”.

Per gli Ermellini, le condotte di diffamazione sono state facilitate dalla possibilità di un numero esponenziale degli utenti della rete internet di esprimere giudizi su tutti gli argomenti trattati, per cui alla schiera di “opinionisti social” spesso si associano i cosiddetti “odiato- ad esprimere giudizi con eloquio volgare ed offensivo.

Questa Corte è intervenuta, quindi, frequentemente in materia, precisando, per esempio, che la diffusione di un messaggio diffamato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone e tuttavia non può dirsi posta in essere “col mezzo della stampa”, non essendo i social network destinati ad un’attività di informazione professionale diretta al pubblico”.

La esposizione della propria idea in siffatti contesti, quindi, lungi dall’essere cautelata da una sorta di immunità da web, è, piutto ciò che si pensa. 

Non si tratta, tecnicamente, di diffamazione a mezzo stampa ma di diffamazione aggravata.

Stigmatizza e osserva la Cassazione circa il fatto il limite”.

Prosegue evidenziando che “Né, tanto, per qual che qui rileva, non si appunta nei confronti di soggetti determinati, ben indentificati o identificabili”.

La conclusione è che “E’ evidente allora che il dirittoni e ad infiammare le parole diventa esso stesso motivo diffamante – , e non può giammai passare attraverso l’offesa gratuita e l’istigazione all’odio”.

Nel caso di specie non solo non ricorre il limite della continenza, ma si è proprio al di fuori dell’esercizio del diritto di critica.

Offesa gratuita che, nel caso di specie, è ancor più grave, e non può dirsi in alcun modo sminuita dal fatto a quelle del nord, di cui la vittima, e l’episodio occorsole, sarebbe stata una indiretta dimostrazione. 

In altri termini, “la circostanza che le affermazioni dell’imputato”. 

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