Internet non è una “zona franca”: la diffamazione a mezzo social network in una recente pronuncia della Cassazione

In tempi di estremo esacerbarsi dei livelli di discussione e di confronto, spesso amplificati dalla diffusione dei social network, la Cassazione penale richiama una serie di principi individuando dei precisi paletti e i chiari elementi che connotano la responsabilità per diffamazione a mezzo social.

In sintesi, l’imputato, in concorso con un’altra persona, era accusato di avere pubblicato, su un sito, un commento in ordine ad un articolo giornalistico.

Egli, nel riferirsi al soggetto deceduto a seguito di una rissa e ad altre persone coinvolte nella vicenda, usava le seguenti espressioni: “nell’articolo che segue descritto un concentrato di paganità e terronità come raramente capita di leggere. Da una parte il senso naturale della Giustizia l’uso della forza mai gratuito e solo come estrema ratio, dall’altra la bestialità Levantina, la sopraffazione fine a se stessa, l’irrazionalità, il delirio degli istinti incontrollati. Stavolta i terroni si sono trovati di fronte a un padano armato e la storia è andata diversamente da come in genere va. Molto istruttivo“, ed in tal modo offendeva, attraverso un mezzo di pubblicità diverso dalla stampa, il decoro e la reputazione dei predetti.

Per la Cassazione la responsabilità è “graniticamente scolpita”.

Sebbene l’episodio diffuso sulla stampa abbia costituito lo spunto per inneggiare al nord e gettare fango sui meridionali, nondimeno, secondo la Corte, è in maniera evidente coglibile il riferimento alle persone direttamente coinvolte nella vicenda, in particolare alla vittima e alle persone a lei vicine.


Né potrebbe assumere un qualche rilievo”, osserva la Cassazione, “il fatto che l’invettiva sia stata posta in essere nell’ambito di un forum su Internet in cui i partecipanti sono adusi a lasciarsi andare a commenti anche pesanti sui vari temi trattati, non essendo, in alcun modo, accreditabile l’idea che il web sia una sorta di zona franca, che consente di coprire anche le manifestazioni del pensiero più sconvenienti e virulente. Anzi, con la diffusione di internet, e quindi con l’aumento esponenziale delle occasioni di connessione e condivisione in rete, si è posto il problema della previsione normativa di fattispecie che prevedano un sistema sanzionatorio finalizzato ad arginare il fenomeno della graduale crescita degli illeciti commessi dagli internauti”.

Per gli Ermellini, le condotte di diffamazione sono state facilitate dalla possibilità di un numero esponenziale degli utenti della rete internet di esprimere giudizi su tutti gli argomenti trattati, per cui alla schiera di “opinionisti social” spesso si associano i cosiddetti “odiatori sul web”, che non esitano – spesso dietro l’anonimato- ad esprimere giudizi con eloquio volgare ed offensivo.

Questa Corte è intervenuta, quindi, frequentemente in materia, precisando, per esempio, che la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., sotto il profilo dell’offesa arrecata “con qualsiasi altro mezzo di pubblicità” diverso dalla stampa, poiché la condotta in tal modo realizzata è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone e tuttavia non può dirsi posta in essere “col mezzo della stampa”, non essendo i social network destinati ad un’attività di informazione professionale diretta al pubblico”.

La esposizione della propria idea in siffatti contesti, quindi, lungi dall’essere cautelata da una sorta di immunità da web, è, piuttosto, ‘aggravata’ per la capacità amplificativa del mezzo adoperato. Questo si risolve in una sostanziale cassa di risonanza che si differenzia dalla stampa per essere tendenzialmente più circoscritta, ma non per questo è dotata di minore potenzialità negativa, anche perché, a differenza di quella, non è oggetto di controlli specifici ed al contempo è considerata quasi come un luogo, virtuale, in cui poter dire tutto ciò che si pensa. 

Non si tratta, tecnicamente, di diffamazione a mezzo stampa ma di diffamazione aggravata.

Stigmatizza e osserva la Cassazione circa il fatto che “può ritenersi che si sia, oramai, giunti in una fase storica in cui si è addirittura andato insinuando il concetto – espresso in ricorso- che tutto ciò che è manifestazione del proprio pensiero è lecito purchè non si traduca in atti concreti contrari ai principi fondamentali, come se, cioè, solo allorquando alle parole offensive consegua l’azione corrispondente che esse esprimono possa dirsi realmente oltrepassato il limite”.

Prosegue evidenziando che “Né, tanto meno, si può affermare che il cattivo esempio di alcuni scontri a cui è possibile assistere in diverse trasmissioni televisive sia indicativo del cambiamento dei tempi e finisca col legittimare, per il suo ripetersi, non solo se stesso, ma anche ciò che accade su internet, anche perché, tendenzialmente, la disputa televisiva, sebbene accesa, non trasmoda, di regola, in attacchi specifici, di vero e proprio disprezzo, nei confronti delle persone di una determinata area geografica e soprattutto, per qual che qui rileva, non si appunta nei confronti di soggetti determinati, ben indentificati o identificabili”.

La conclusione è che “E’ evidente allora che il diritto di contrapporre le proprie alle idee altrui non ha nulla a che vedere con la denigrazione – o addirittura con l’odio che alcune manifestazioni verbali del pensiero esprimono e che, sebbene non sia di per sé incriminabile, nella misura in cui contribuisce ad accendere i toni e ad infiammare le parole diventa esso stesso motivo diffamante – , e non può giammai passare attraverso l’offesa gratuita e l’istigazione all’odio”.

Nel caso di specie non solo non ricorre il limite della continenza, ma si è proprio al di fuori dell’esercizio del diritto di critica.

Offesa gratuita che, nel caso di specie, è ancor più grave, e non può dirsi in alcun modo sminuita dal fatto che, secondo la prospettazione difensiva, sarebbe stata solo strumentale al pensiero che s’intendeva manifestare, avendo, piuttosto, essa, nella strategia del suo autore, costituito il mezzo per affermare, avvalorare, portare avanti la tesi, già latamente diffamatoria, della bestialità delle persone del sud rispetto a quelle del nord, di cui la vittima, e l’episodio occorsole, sarebbe stata una indiretta dimostrazione. 

In altri termini, “la circostanza che le affermazioni dell’imputato abbiano scatenato, come era d’altronde prevedibile, una bagarre di affermazioni, anche di reciproca offesa, incentrate sulla contrapposizione tra persone del Nord e persone del Sud, nulla toglie al contenuto e al carattere diffamatorio delle prime che anzi si palesano, in tal modo, ancor più nella loro veemenza, risultando, di fatto, ulteriormente, rafforzate attraverso ciò che ne è, poi, scaturito, denotando la valenza che evidentemente esse avevano ed hanno avuto”. 

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