Obbligo di disporre la perizia se per acquisire e valutare i fatti occorrono specifiche competenze

La Cassazione penale, con sentenza depositata il 27.06.2019, descrive e delinea il ruolo di “peritus peritorum” attribuito al giudice di merito affermando, in sintesi, il principio dell’obbligatorietà della perizia laddove si debba decidere su fatti la cui valutazione è complessa e legata a nozioni del mondo scientifico molto particolari anche laddove, in astratto, il giudice possedesse in proprio le capacità scientifiche di valutazione.

Secondo la Suprema Corte “l’art. 220 cod. proc. pen. prevede l’espletamento della perizia ogniqualvolta sia necessario svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni che richiedano specifiche competenze di natura tecnica. La specificità delle competenze va rapportata alle conoscenze ordinarie dell’uomo medio. La perizia va dunque disposta allorché occorrano competenze che esulano dal patrimonio conoscitivo dell’uomo medio, in un dato momento storico e in un dato contesto sociale”.

Lo svolgimento di indagini comprende la ricerca e l’estrapolazione di dati da una determinata realtà fenomenica nonché la loro analisi e rielaborazione critica. L’acquisizione di dati implica la constatazione, selezione e organizzazione di dati già esistenti, in modo funzionale rispetto alle richieste del giudice. L’acquisizione di valutazioni comprende l’individuazione ed enunciazione di nozioni e di regole tecniche, di leggi scientifiche, di massime di esperienza e di inferenze fondate su dati già acquisiti mediante altri mezzi di prova o direttamente ottenuti attraverso le operazioni peritali.

Dunque “la perizia, pur essendo rimessa ad una valutazione discrezionale del giudice, rappresenta un indispensabile strumento probatorio, allorché si accerti il ricorrere del presupposto inerente alla specificità delle competenze occorrenti per l’acquisizione e la valutazione di dati, perfino laddove il giudice possieda le specifiche conoscenze dell’esperto, perché l’eventuale impiego, ad opera del giudicante, della sua scienza privata costituirebbe una violazione del principio del contraddittorio e del diritto delle parti sia di vedere applicato un metodo scientifico sia di interloquire sulla validità dello stesso”.

..il ruolo di peritus peritorum…non lo autorizza affatto ad intraprendere un percorso avulso dal sapere scientifico, avventurandosi in opinabili valutazioni personali, sostituendosi agli esperti e ignorando ogni contributo conoscitivo di matrice tecnico-scientifica. Il ruolo di peritus peritorum abilita invece il giudice a individuare, con l’aiuto dell’esperto, il sapere accreditato che può orientare la decisione e a farne un uso oculato, pervenendo a una spiegazione razionale dell’evento”.

Gli Ermellini evidenziano come il perito non è l’arbitro che decide il processo ma l’esperto che espone al giudice il quadro del sapere scientifico nell’ambito fenomenologico al quale attiene il giudizio, spiegando quale sia lo stato del dibattito, nel caso in cui vi sia incertezza sull’affidabilità degli enunciati a cui è possibile addivenire, sulla base delle conoscenze scientifiche e tecnologiche disponibili in un dato momento storico.

Toccherà poi al giudice tirare le fila e valutare se si sia addivenuti a una spiegazione dell’eziologia dell’evento e delle dinamiche in esso sfociate sufficientemente affidabile e in grado di fornire concrete, significative ed attendibili informazioni, che possano supportare adeguatamente l’argomentazione probatoria inerente allo specifico caso esaminato.

Quanto al valore del sapere scientifico, “ai fini della ricostruzione del nesso causale, è utilizzabile anche una legge scientifica che non sia unanimemente riconosciuta, essendo sufficiente il ricorso alle acquisizioni maggiormente accolte o generalmente condivise, attesa la diffusa consapevolezza della relatività e mutabilità delle conoscenze scientifiche”.

Di tale indagine il giudice è chiamato a dar conto in motivazione, esplicitando le informazioni scientifiche disponibili e utilizzate e fornendo una razionale giustificazione, in modo completo e, il più possibile, comprensibile a tutti, dell’apprezzamento compiuto.

Si tratta di accertamenti e valutazioni di fatto, insindacabili in cassazione, ove sorretti da congrua motivazione, poiché il giudizio di legittimità non può che incentrarsi esclusivamente sulla razionalità, completezza nonché sul rigore metodologico del predetto apprezzamento.

Il giudizio demandato alla Corte di cassazione non riguarda dunque l’attendibilità della legge scientifica ma esclusivamente la razionalità dell’apparato argomentativo a sostegno delle determinazioni del giudice di merito in ordine all’apprezzamento della validità della legge scientifica e all’ utilizzo di quest’ultima nell’inferenza probatoria”.

Ulteriore aspetto preso in considerazione nel caso sottoposto alla valutazione della Cassazione, è dato dal fatto che l’unico supporto scientifico alla declaratoria di responsabilità era costituito dalla consulenza espletata su incarico della parte civile e nella motivazione della sentenza non vi era traccia di argomentazione e di un’adeguata spiegazione delle ragioni per le quali il giudice d’appello ha ritenuto l’esaustività e incontrovertibilità dei rilievi formulati dal consulente di parte civile.

Tale assunto va letto in stretta correlazione con l’ulteriore principio, responsabilità “oltre ogni ragionevole dubbio”, ove si consideri che il giudice, nel fondare necessariamente la sua scelta nell’ambito della dialettica processuale, dando congrua ragione della scelta e dimostrando di essersi soffermato sulla tesi o sulle tesi che ha disatteso, deve innanzitutto promuovere questa pluralità ed eterogeneità di contributi cognitivi. 

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