Revisione del processo penale: la Cassazione in tema di nuove acquisizione scientifiche e tecniche

La sentenza n.28528 del 1.07.2019 della Cassazione penale, si sofferma su un caso di revisione del processo penale fondato sulla lettera c) del comma 1 dell’articolo 630. La norma espressamente dispone che “c) se dopo la condanna sono sopravvenute o si scoprono nuove prove che, sole o unite a quelle già valutate, dimostrano che il condannato deve essere prosciolto a norma dell’articolo 631;”.

Nel caso di specie, l’istanza di revisione era stata proposta non sulla base di una prova nuova di cui si chiedeva l’assunzione, bensì prendendo le mosse da una perizia già svolta in sede di merito, precisamente una perizia fisiognomica e antropometrica, di cui si intendeva dimostrare la mancanza del carattere di scientificità.

In pratica:

  • NON si sosteneva che vi fossero nuove tecnologie e acquisizioni scientifiche in grado di fornire una lettura diversa delle prove;
  • si affermava che l’evoluzione successiva della tecnica NON aveva confermato il metodo scientifico a suo tempo utilizzato che quindi non poteva essere ritenuto affidabile.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso poiché la sua impostazione non ne ha consentito il superamento del primo filtro di ammissibilità e cioè proprio la compatibilità del suo contenuto al dettame normativo come sopra indicato e interpretato dalla giurisprudenza.

Gli Ermellini, infatti, “..hanno affermato che seguendo tale impostazione si assisterebbe alla trasformazione dell’istituto del mezzo straordinario di impugnazione in una sorta di appello tradivo”.

Difatti, ricorda la Cassazione che “…ai fini dell’ammissibilità della richiesta di revisione, possono costituire “prove nuove” ai sensi dell’art. 630, comma 1, lett. c) cod. proc. pen., quelle che, pur incidendo su un tema già divenuto oggetto di indagine nel corso della cognizione ordinaria, siano fondate su nuove acquisizioni scientifiche e tecniche diverse e innovative, tali da fornire risultati non raggiungibili con le metodiche in precedenza disponibili (da ultimo, Sez. 5, n. 10523 del 20/02/2018, Rv. 272592, Rossi)”.

E ancora che “….nel caso in esame si vorrebbe percorrere la strada inversa di negare validità ad un’indagine condotta con una tecnica innovativa e sperimentale, sulla base dell’indimostrato presupposto dell’inaffidabilità del metodo a motivo della sua mancata ripetizione”.

Al di là di carene proprie sotto il profilo del contenuto che il ricorso rigettato evidentemente conteneva, il principio che se ne trae è comunque importante poiché si evidenzia che “… con l’istanza di revisione non sono stati evidenziati elementi nuovi rispetto alle acquisizioni processuali, ma soltanto proposte critiche tardive alle risultanze istruttorie già acquisite, critiche che – riguardando il metodo seguito nello svolgimento dell’indagine peritale – avrebbero potuto e dovuto esprimersi già in quella sede, in quanto la ritenuta inaffidabilità dei risultati derivante dalla sperimentalità del metodo e/o dalla possibilità di plasmare le movenze e le pose del modello digitale anche oltre le possibilità della persona reale, erano profili emergenti già all’atto dell’adempimento istruttorio”.

Si tratta, cioè, di censure che sottintendono e postulano la necessità di una diversa valutazione tecnica o scientifica di dati già valutati, così invocandosi una rilettura critica di emergenze già conosciute e apprezzate nel processo, censure che quindi non possono essere annoverate nel perimetro della revisione della sentenza di condanna ma di un vero e proprio appello.

Vale a dire che la causa petendi non collima con l’astratta previsione di legge, per essere priva del requisito di novità che deve attenere alla prova, anche intendendosi per tale una nuova perizia o una nuova metodologia, e non consistere in una critica ‘nuova’ ma tardiva a mezzi istruttori già assunti.

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