Sottrazione di carte di credito e successivo prelievo: il confine tra reato di frode informatica e di indebito utilizzo

Con una recente sentenza la Corte di Cassazione penale è tornata sui tratti distintivi esistenti tra il reato di “frode informatica”, ai sensi dell’articolo 640-ter del codice penale, e il reato di “indebito utilizzo e falsificazione di carte di credito e di pagamento”, già contenuto nell’articolo 55, comma 9 del D.Lgs. 231/2007 e oggi confluito nell’articolo 493 ter del codice penale.

Il caso in esame è quello di due imputati che avrebbero utilizzato due carte di credito e la carta bancomat rilasciate alla vittima dopo essersene impossessati con destrezza. Le emergenze processuali hanno consentito di accertare che per i prelevamenti sono stati utilizzati i codici Pin incautamente lasciati dal titolare nel borsello rubato.

La condotta era stata qualificata come truffa informatica aggravata dal furto di identità personale e tuttavia la Corte di Cassazione ha ritenuto che, secondo il proprio orientamento consolidato, l’azione rientri piuttosto nell’ambito del reato previsto dall’articolo 493 ter c.p.

L’art. 640-ter c.p. sanziona al primo comma la condotta di colui il quale, “alterando in qualsiasi modo il funzionamento di un sistema informatico o telematico o intervenendo senza diritto con qualsiasi modalità su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico o ad esso pertinenti, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno“.

Afferma la Corte che “in questa ipotesi dunque, attraverso una condotta a forma libera, si “penetra” abusivamente all’interno del sistema, e si opera su dati, informazioni o programmi, senza che il sistema stesso, od una sua parte, risulti in sè alterato”.

La condotta di indebita utilizzazione, a fine di profitto proprio o altrui, da parte di chi non ne sia titolare, di carte di credito o analoghi strumenti di prelievo o pagamento, integra il reato oggi previsto dall’articolo 493 ter c.p. e non quello di truffa, che resta assorbito.

L’elemento specializzante della frode informatica, rappresentato dall’utilizzazione ‘fraudolenta’ del sistema informatico, costituisce presupposto ‘assorbente’ rispetto alla ‘generica’ indebita utilizzazione dei codici d’accesso.

Secondo gli Ermellini “integra il delitto di frode informatica, e non quello di indebita utilizzazione di carte di credito, la condotta di colui che, servendosi di una carta di credito falsificata e di un codice di accesso fraudolentemente captato in precedenza, penetri abusivamente nel sistema informatico bancario ed effettui illecite operazioni di trasferimento fondi. Infatti, anche l’abusivo utilizzo di codici informatici di terzi (“intervento senza diritto”) – comunque ottenuti e dei quali si è entrati in possesso all’insaputa o contro la volontà del legittimo possessore (“con qualsiasi modalità”) – è idoneo ad integrare la fattispecie di cui all’art. 640 ter c.p. , ove quei codici siano utilizzati per intervenire senza diritto su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico, al fine di procurare a sè od altri un ingiusto profitto”.

Nel caso in esame emerge che, attraverso l’utilizzazione dei codici di accesso delle carte di credito intestate alla persona offesa, gli imputati hanno effettuato dei prelievi e quindi l’utilizzo non era diretto ad intervenire fraudolentemente sui dati del sistema informatico, ma soltanto a prelevare denaro contante. In questo caso, il reato ipotizzabile è quello di cui all’articolo 493 ter c.p. e non quello di frode informatica di cui all’art. 640 – ter cod. pen.

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