231 e ambiente: l’estensione abusiva di una cava estrattiva è inquinamento ambientale

Il tema dell’inquinamento ambientale assume una grande rilevanza non soltanto in ambito sociale ma anche in campo giuridico tenendo presente, in particolare, come, in alcuni casi, la violazione di una serie di norme può configurare non soltanto ipotesi di reato ma anche responsabilità amministrativa per l’ente ex D.Lgs. 231/2001.

Ne avevamo parlato in un altro articolo del 10.06.2019.

Nel caso oggi esame, la Corte di Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi nell’ambito di un procedimento cautelare a seguito di un provvedimento di sequestro preventivo con il quale erano stati sottoposti a vincolo:

  • l’intera azienda;
  • una somma di 1.000.000 di euro.

Quanto sopra sia per evitare la prosecuzione di un’attività comportante l’aggravamento delle conseguenze del reato sia quale misura anticipatoria della confisca, obbligatoria e facoltativa nel caso di condanna.

Il tutto, in virtù del combinato disposto delle seguenti norme:

  • articolo 321 c.p.p. e articolo 53 del D.Lgs. 231/2001 in tema di sequestro preventivo;
  • articolo 452-undecies c.p. e 19 del D.Lgs. 231/2001 in materia di confisca;
  • articolo 452-bis c.p. e 25-undecies (reati ambientali) del D.Lgs. 231/2001, riguardo all’individuazione della fattispecie.

Pur nei limiti del procedimento cautelare, la sentenza in esame offre alcuni spunti molto interessanti.

Il fatto, nei confronti della società, discende da un’ipotesi di reato contestata all’amministratore e al direttore dell’attività estrattiva di una società a causa dell’estensione dell’attività estrattiva imputabile alla società a rilevanti parti del territorio del versante settentrionale dl un rilievo montuoso non comprese fra quelle oggetto delle autorizzazioni amministrative rilasciate all’ente per l’esercizio dell’attività di cava.

Tale condotta, secondo il giudice di merito che aveva applicato la misura, avrebbe cagionato una compromissione ed un deterioramento significativi e misurabili di estese e rilevanti porzioni del suolo e del sottosuolo, compresa un’importante frana.

I medesimi soggetti sono stati sottoposti ad indagini anche per il delitto di cui all’articolo 426 del c.p. (inondazione, frana e valanga) non compreso tra i reati presupposto del D.Lgs. 231/2001.

La Cassazione ha confermato la misura cautelare sulla base delle seguenti considerazioni:

a) la condotta è stata ritenuta abusiva in quanto consiste nello svolgere attività di estrazione di materiali inerti in rilevanti parti del territorio non comprese fra quelle oggetto delle autorizzazioni amministrative rilasciate per l’esercizio dell’attività di cava; 

b) l’attività abusiva ha avuto come conseguenza da un lato un deterioramento, significativo e misurabile, del suolo e del sottosuolo e, dall’altro, una compromissione, significativa e misurabile, dell’area interessata dall’attività abusiva, in quanto la stessa aveva determinato l’innesco di una frana. Rammenta la Corte che “la compromissione si sostanzia in uno squilibrio funzionale che attiene alla relazione del bene aggredito (nella specie, il suolo o il sottosuolo) con l’uomo e ai bisogni o interessi che il bene medesimo deve soddisfare, mentre il deterioramento consiste in una riduzione della cosa (nella specie, il suolo o il sottosuolo) che ne costituisce oggetto in uno stato tale da diminuirne in modo apprezzabile, il valore o da impedirne anche parzialmente l’uso, ovvero da rendere necessaria, per il ripristino, una attività non agevole”;

c) ben possono coesistere e concorrere il delitto previsto dall’art. 452-bis, primo comma, n. 1), c.p. che quello previsto dall’art.426 c.p.

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