Distruzione di atti (in ente pubblico): la privacy non può costituire “esimente”

Prendo spunto dalla sentenza della Cassazione penale, pubblicata il 31.07.2019, per analizzare un singolare aspetto affrontato nel corso del procedimento e cioè la possibilità che la distruzione di atti e documenti relativi a una procedura di selezione (in un ente pubblico), possa costituire un motivo per il quale escludere la responsabilità penale rispetto al reato di soppressione di atti previsto dall’articolo 490 del c.p.

La vicenda è complessa e riguarda un ente territoriale: la parte che interessa ai nostri fini attiene all’imputazione dei componenti di una commissione giudicatrice che avrebbero favorito l’assunzione di un determinato soggetto.

In tale contesto, la suddetta commissione deliberava la distruzione, da effettuarsi non oltre una certa data, di tutta la documentazione relativa alla procedura di selezione, consistente in n. 232 curricula presentati dai candidati, allegati al verbale della seconda riunione della commissione giudicatrice, fatta eccezione per una terna comprendente i candidati tra cui è stato scelto il vincitore.

Distruzione poi effettivamente eseguita.

Alcuni imputati hanno eccepito, quale motivo di ricorso, la carenza dell’elemento soggettivo in riferimento al delitto di cui all’art. 490 c.p., evincibile, a loro dire, dalla disciplina in tema di privacy.

Nel caso in esame, nell’inserzione di lavoro pubblicata era stato espressamente richiesto il consenso al trattamento dei dati personali e quindi, ancora, l’art. 16 del d. Igs. 196/203 (oggi abrogato e sostituito, sostanzialmente, nell’articolo 17 del GDPR) avrebbe imposto la distruzione dei dati acquisiti in relazione ad un trattamento cessato, avendo anche il CdA assecondato la richiesta avanzata dalla commissione giudicatrice.

La Cassazione ha respinto il ricorso innanzitutto affermando la natura pubblica degli atti in questione.

Così la Corte “in riferimento alla configurabilità della fattispecie di cui all’art. 490 cod. pen., va ricordato che la giurisprudenza di questa Corte, superando un più risalente orientamento, ha affermato che “La prova scritta del candidato di un pubblico concorso costituisce atto pubblico e non già scrittura privata, ove sia redatta su fogli appositamente timbrati, firmati e progressivamente numerati dai componenti della commissione. Tali incombenti rappresentano, infatti, il risultato di un’attività di controllo posta in essere dal pubblico funzionario, nell’esercizio delle funzioni a lui demandate, al fine di attestare la genuinità e la provenienza delle scritturazioni che il candidato è abilitato ad apporre sui fogli appositamente vistati e numerati. Sicché, non essendo concepibile che nello stesso atto possano coesistere due distinte nature (una, pubblica per la parte contenente le dette attestazioni, e l’altra privata, per la parte grafica redatta dallo stesso candidato) deve ritenersi che il carattere pubblico informi l’intero documento, dato il contesto unitario ed inscindibile, e dunque anche nella parte relativa alla componente grafica proveniente dal privato cittadino)”.

Sotto altro profilo, i Giudici hanno osservato come il richiamo alla disciplina sulla privacy, contenuta nei ricorsi a sostegno della tesi difensiva in riferimento al delitto di cui all’art. 490 cod. pen., appaia del tutto inconferente e riduttiva.

Difatti, sotto un primo aspetto, esiste una procedura specifica che disciplina la distruzione dei documenti in ambito pubblico.

In particolare: “La documentazione amministrativa di cui si discute rientra, senza alcun dubbio, nella tipologia dei documenti facenti parte dell’archivio corrente dell’ente territoriale, alla luce della complessa ed articolata normativa…..

In particolare, alla luce della citata normativa, per archivio corrente si intende il complesso dei documenti relativi alla trattazione di affari in corso; esso è, di norma, organizzato su base annuale, nel senso che ad ogni inizio d’anno i fascicoli delle pratiche non chiuse entro il dicembre precedente vengono “trascinati” nell’archivio del nuovo anno. Per archivio di deposito, invece, si intendono i fascicoli di cui è terminata la trattazione e che richiedono un accesso poco frequente, mentre l’archivio storico è costituito dai documenti relativi agli affari esauriti da oltre quaranta anni.

L’archivio deve essere periodicamente sottoposto ad una selezione razionale…..

I termini di conservazione si calcolano dalla data di chiusura della trattazione dell’affare, e non dalla data dei singoli documenti. In ogni caso lo scarto di documenti dell’archivio dell’Ente è subordinato ad autorizzazione della Soprintendenza Archivistica,…..; la distruzione non autorizzata di documenti dell’archivio, non a caso, è punita con l’arresto da sei mesi a un anno e con l’ammenda da euro 775,00 ad euro 38.734,50, ex art. 169, comma 1, d. Igs. 42/2004”.

Sotto un secondo aspetto, la Cassazione evidenzia l’interesse pubblico sotteso al regime di trasparenza amministrativa esistente.

E quindi “… ai sensi della normativa sulla trasparenza amministrativa, í documenti dell’archivio corrente e di deposito, compresi gli atti interni, si presumono accessibili a chiunque vi abbia interesse per la tutela di situazioni giuridicamente rilevanti, ai sensi degli artt.22 e 23 legge n. 241/1990, come modificata dalla legge n. 15/2005, salvo le eccezioni previste dalla legge e dal regolamento dell’Ente, venendo meno il dovere di rendere accessibili i documenti quando viene meno l’obbligo di detenerli”.

In conclusione, anche la normativa sul trattamento dei dati personali comporta obblighi specifici di riservatezza, che non fanno venir meno il generale principio della trasparenza amministrativa, come si evince dalle disposizioni di cui al d. Igs. 30 giugno 2003 n.196 contenente il “Codice in materia di protezione dei dati personali”.

Da detto impianto normativo discende, in via conclusiva secondo gli Ermellini, che, anche a norma dell’art. 16 d. Igs. 196/2003, la cancellazione di dati, su richiesta dell’interessato, o in occasione della cessazione del trattamento, deve essere equiparata alla distruzione dei documenti, e come tale va autorizzata dalla Soprintendenza archivistica, a norma degli art.22, comma 5, d. Igs. 196/2003 e 21, comma 1, lett. d), d. Igs. 42/2004).

Il risultato è stato che la condotta degli imputati è apparsa macroscopicamente eccentrica rispetto a quella delineata dalle normative di riferimento, rendendo i rispettivi motivi di ricorso sul punto ai limiti dell’inammissibilità. 

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