La Cassazione sulla determinazione dei compensi del Commissario giudiziale 231

La Corte di Cassazione civile si è pronunciata in merito alla determinazione dei compensi del commissario giudiziale nominato ai sensi degli artt. 15 e 45 del D. Lgs. 231/2001. 

Il ricorrente, nel ricorso proposto, eccepisce, sostanzialmente, che il tribunale avrebbe erroneamente applicato il d.m. 140 del 2012 in materia di compensi degli avvocati, invece di applicare il decreto in tema di compensi spettanti ai curatori fallimentari e agli organi di procedure concorsuali, identificato nel d.m. n. 570 del 1992 vigente alla data di conclusione dell’incarico e di richiesta di liquidazione dei compensi, oltre che utilizzato per la liquidazione degli acconti, o in subordine nel d.m. n. 30 del 2012, in vigore al momento della liquidazione dei compensi.

La scelta per il secondo regime, secondo il ricorrente, si imporrebbe in relazione all’apprezzamento della natura pubblicistica dell’incarico, anch’essa erroneamente sottovalutata dal tribunale pur a fronte di esplicita ragione di opposizione.

La Cassazione ha rigettato il ricorso.

I giudici di legittimità hanno ritenuto come non possa sussistere alcuna equiparazione diffusa, ai fini dell’interpretazione analogica di norme in tema di compensi, tra l’attività del commissario giudiziale in oggetto e quella di altri professionisti.

La Corte ricorda come, ai sensi del secondo dell’art. 15 del D.Lgs 231/2001, l’attività del commissario giudiziale è variegata, posto che con la sentenza che dispone la prosecuzione dell’attività il giudice indica i compiti ed i poteri del commissario, tenendo conto della specifica attività in cui è stato posto in essere l’illecito da parte dell’ente.

A norma del comma terzo, inoltre, nell’ambito dei compiti e dei poteri indicati dal giudice, il commissario cura l’adozione e l’efficace attuazione dei modelli di organizzazione e di controllo idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi. 

Non sarebbe quindi possibile, alla luce della predetta natura flessibile dei compiti del commissario, cui possono essere demandate le più diverse attribuzioni nell’ambito dell’attività dell’ente, da parametrarsi come detto all’esigenza di prevenire la reiterazione dei reati, alcuna equiparazione in via generalizzata, anche ai fini dell’applicazione analogica di norme in tema di compensi, dell’attività del commissario giudiziale predetto a quella di altri professionisti.

Sostanzialmente,l’insussistenza in via astratta di un catalogo di compiti del commissario giudiziale ai sensi dell’art. 15 e dell’art. 45, comma terzo, del D.Lgs. 231/2001 rende impossibile il procedimento analogico, possibile solo caso per caso da parte del giudice del merito. 

Se ciò, per un verso, può essere la motivazione per cui il legislatore non abbia ritenuto di intervenire specificamente, gli Ermellini rammentano anche che non possono essere, in via generale e astratta, applicate le disposizioni normative (e delle connesse elaborazioni giurisprudenziali) dettate, ad esempio, per i compensi di altri ausiliari quali:

  • i consulenti tecnici d’ufficio per i processi civili e penali;
  • i custodi nell’ambito dei diversi tipi di sequestro e confisca;
  • gli amministratori giudiziari iscritti nell’albo di cui al d. Igs. 4 febbraio 2010 n. 14.

Se da un lato, quindi, non possono applicarsi in via traslativa le disposizioni normative previste per determinare i compensi di altri ausiliari, tuttavia, ciò non vuol dire che la liquidazione dei compensi del “commissario giudiziale 231” debba avvenire senza l’ausilio di parametri normativi.

Pertanto, la norma utile in tal senso è il D.P.R. 115/2002, segnatamente gli artt. 49 e 50. 

Considerato che il predetto decreto, in riferimento agli ufficiali giudiziari, rinvia a tabelle, bisogna analizzare il parametro da utilizzare, poiché non sussiste alcuna tabella per il ruolo oggetto della pronuncia, non essendo normata la sfera applicativa relativa ai compensi dei commissari giudiziali ex  D. Lgs. 231/2001 ed essendo esclusa l’applicazione analogica delle tabelle previste per i predetti ufficiali.

La sentenza, pertanto, afferma:  “deve invece ritenersi che […] competa direttamente al magistrato che liquida il compenso applicare, caso per caso, gli artt. 49 e 50 t.u. liquidando il compenso <con riferimento alle tariffe professionali esistenti, eventualmente concernenti materie analoghe, contemperate con la natura pubblicistica dell’incarico>”. 

Tale potere dei magistrati discende tanto da norme di diritto processuale generale quanto dal concetto di liquidazione giudiziale delle spettanze, che la Corte costituzionale non ha voluto che dipendesse dalle attività governative di predisposizione di tabelle regolamentari.

In conclusione, la Suprema Corte ha ritenuto che “a tale principio di diritto si è sostanzialmente attenuto il provvedimento impugnato che, anzitutto, in conformità della liquidazione del g.i.p., ha avuto presenti le attività effettivamente espletate dal commissario (p. 2) e, alla luce di esse, ha ritenuto che “la disciplina … più pertinente” fosse quella di cui al d.m. n. 140 del 2012 (riforma dei compensi professionali), concernente tra gli altri gli avvocati e i commercialisti; in tale contesto ha fatto specifico riferimento all’art. 19 del decreto, che disciplina, quanto ai commercialisti, gli “incarichi di amministrazione e custodia di aziende”; ha poi motivato in ordine alle grandezze aziendali considerate a fini parametrici; ha infine considerato gli aspetti temporali della prestazione e le prestazioni accessorie”.

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