Perizia psichiatrica e accertamento imputabilità. I contenuti della perizia non esauriscono il thema decidendum

Con la recente sentenza in commento la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza impugnata ed emessa dalla Corte di Assise di Appello di Catanzaro del 13 giugno 2019, seppur limitatamente alla determinazione della sanzione accogliendo il motivo di ricorso avente ad oggetto l’esclusione dell’attenuante di cui all’art. 62 comma 1 n. 2 cp.

Il caso, tuttavia, assume particolare rilevanza in riferimento all’analisi che i giudici – di merito e di legittimità – hanno riservato alle perizie psichiatriche eseguite nei giudizi di I e II grado.

Le due decisioni, la prima emessa dal GUP di Catanzaro, in sede di giudizio abbreviato, e la seconda dalla Corte di Assise d’Appello di Catanzaro, hanno, difatti, preso in esame l’omicidio compiuto dal ricorrente (circostanza pacifica ed incontroversa) e, in particolare: l’eventuale condizione di infermità psichica al momento del fatto delittuoso

In primo grado il GUP ha escluso la ricorrenza delle condizioni applicative delle disposizioni di legge di cui agli articoli 88 e 89 cod.pen. discostandosi da un accertamento peritale che aveva concluso per la presenza di: un disturbo di personalità atipico tale da incidere, riducendola, sulla capacità di intendere e di volere al momento del fatto

La Corte di secondo grado, su tale punto, ha disposto una perizia collegiale che ha riscontrato: tratti paranoidi di personalità che non hanno prodotto una fase di scompenso acuto tale da raggiungere la gravità, intensità e persistenza necessarie a configurare un vizio di mente, nel senso che i problemi personologici del soggetto – pur presenti – non hanno influito in maniera significativa sulla capacità di intendere e di volere neppure in misura parziale

I giudici di secondo grado hanno ritenuto affidabile tale conclusione di carattere scientifico, anche calando le considerazioni peritali nell’esame complessivo della condotta, specie quella tenuta immediatamente dopo la commissione del fatto di reato. 

La difesa del reo ha fondato un motivo di ricorso sulla condizione psichica dell’assistito, deducendo un vizio di motivazione in riferimento alla ribadita esclusione del vizio parziale di mente: ferma restando l’adesione alla conclusione peritale da parte del collegio di secondo grado – la decisione in modo erroneo valorizza come indicatori della lucidità alcuni segmenti di condotta, essendo  pacifico che anche in ipotesi di ridotta capacità il soggetto possa comportarsi in modo apparentemente razionale. Sono stati, inoltre, sottovalutati – anche dai periti – alcuni chiari sintomi di dispercezione avvenuti poco dopo l’inizio della detenzione e documentati nel diario clinico, così come è stato scarsamente approfondito il comportamento tenuto dall’imputato nei periodi antecedenti al fatto delittuoso, emerso dalle narrazioni dei familiari. 

La Suprema Corte ha concluso per l’infondatezza di tale motivo per le seguenti ragioni. 

La decisione di secondo grado realizza un approccio coerente e privo di illogicità al tema della imputabilità, secondo le linee interpretative più volte ribadite in sede di legittimità. E’ stata disposta nuova perizia sulla condizioni patologiche dell’imputato e sulla potenziale incidenza sulla capacità di intendere e di volere. Gli esperti nominati in secondo grado hanno individuato esclusivamente tratti paranoidi di personalità’ in un contesto di problemi personologici – di sicuro sussistenti, come l’intero episodio dimostra – ma di intensità non tale da influire in modo significativo sulla capacità di intendere o di volere al momento del fatto.

La valutazione operata dalla Corte di Appello non si è limitata – peraltro – a recepire in modo acritico dette conclusioni ma, una volta apprezzata la completezza dell’indagine peritale, ha rapportato l’indagine diagnostica alla complessiva condotta tenuta dall’imputato in sede di commissione del fatto-reato e nei momenti immediatamente successivi, sì da escludere la presenza di rilevanti dispercezioni o alterazioni del senso di realtà (in particolare, la capacità di progettazione e la condotta immediatamente susseguente al reato con tentativo di occultamento delle tracce).

E’ stata presa in esame la circostanza di fatto delle dispercezioni uditive manifestatesi in due occasioni nel corso della carcerazione ed è stata ricollegata – così come ritenuto dai periti – ad un aggravamento della condizione posteriore al fatto commesso e funzionalmente ricollegato alla detenzione, con valutazione che non può dirsi illogica o contraria al sapere scientifico. 

Secondo la Corte, non essendo rilevabili incompletezze cognitive, va affermato che tale metodologìa è conforme agli insegnamenti offerti in sede di legittimità, secondo cui i contenuti delle perizie non esauriscono il thema decidendum, dovendosi calare l’apporto degli esperti nel contesto complessivo delle acquisizioni istruttorie e della ricostruzione della condotta ante e post delictum.

Ciò perchè in ogni momento di ricezione di un sapere altrui (come nel caso di perizia su condizioni, in ipotesi, patologiche dell’autore del fatto) il giudice di merito è tenuto a compiere un ragionevole affidamento alla bontà degli esiti peritali, in rapporto alla generale condivisione del metodo impiegato e alla esperienza e indipendenza dei soggetti esperti cui viene conferito l’incarico, salva l’emersione di elementi di seria confutazione (provenienti da soggetti dotati di analoghe competenze) delle teorie impiegate o dei metodi realizzati.

In tal senso, va ribadito che il vizio motivazionale risulta rilevabile – sul tema della ritenuta imputabilità al momento del fatto – in sede di legittimità nelle ipotesi in cui: 

a) il giudice di merito realizza un richiamo estremamente generico e non adeguato ai risultati dell’elaborato peritale, senza spiegare perchè disattende le opposte conclusioni contenute nella consulenza di parte e senza valutarne il grado di affidabilità; 

b) il giudice di merito non realizza un adeguato controllo sulla completezza cognitiva e sul metodo utilizzato dai periti nonchè sulla corretta interpretazione nell’elaborato peritale di segmenti del fatto che hanno orientato l’analisi e le conclusioni dei periti medesimi (la ricostruzione esatta della valenza indicativa dei fatti di causa è infatti compito del giudice e non dei soggetti portatori di conoscenze scientifiche); 

c) il giudice di merito compie, pur rievocando in modo corretto i risultati della perizia e pur confrontandosi con l’elaborato avverso, un evidente travisamento del significato di elementi dimostrativi ulteriori, acquisiti al processo e utili nella prospettiva seguita, a convalidare le conclusioni della perizia, travisamento di tale pregnanza da disarticolare il complessivo ragionamento giustificativo della decisione.

Il giudice di merito è sempre tenuto a confrontare, nell’ottica del giudizio complessivo sul fatto, le specifiche emergenze istruttorie con il contenuto delle tesi scientifiche formulate e può trarre argomenti di conferma (o di smentita) alle stesse, in modo ragionevole e argomentato, da singoli segmenti dell’azione.

Nel caso in esame, però, l’analisi complessiva dei dati istruttori disponibili è stata realizzata senza travisamento alcuno e risulta, come si è detto, pienamente logica. Anche a voler ritenere, in tesi, rilevante la diagnosi peritale di tratti paranoidi di personalità non vi è stato, infatti, all’esito dell’esame complessivo della condotta, il riscontro di quella particolare consistenza e gravità del disturbo, in termini tali da incidere sui processi cognitivi e volitivi.

L’analisi svolta in sede di merito, in particolare, ha rettamente escluso la ricorrenza di reali indicatori di perdita del senso di realtà, specie nella condotta posteriore alla consumazione del fatto, aspetto di sicura rilevanza.

Ciò perchè al fine di ricostruire ex post la condizione di incapacità (totale o parziale) assumono decisivo rilievo taluni indicatori di «coscienza» durante la commissione del fatto, ricostruiti attraverso la complessiva condotta tenuta dal soggetto immediatamente prima e immediatamente dopo il fatto di reato, la cui valenza viene richiamata in modo non irragionevole dalla Corte di secondo grado, basandosi da un lato sulle risultanze peritali e su atti istruttori, dall’altro su ‘linee- guida’ costantemente richiamate dalla letteratura scientifica generalmente condivisa: la perdita del senso di realtà impone infatti la ricostruzione di precisi indicatori quali deliri, allucinazioni, eloquio disorganizzato, comportamento grossolanamente disorganizzato, che nel caso in esame sono stati ragionevolmente esclusi. 

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