Coronavirus: il virus delle fake news

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Mentre stiamo affrontando il Covid-19 (Coronavirus), la crisi ha alimentatori della gestione della crisi: la corretta comunicazione dell’emergenza.

Due virus da combattere; tuttavia, mentre uno può essere limitato attraverso cautele nella realtà fisica, l’altro colpisce tutti ovunque perché si sviluppa e si trasmette nella realtà virtuale.

Online la creazione e la condivisione involontaria (misinformazione) o deliberata (disinformazione) di informazioni false e non dimostrate, aumentano e si trasmettono più incisivamente e velocemente della verità.

Gli esempi delle fake news “geopolitiche” sul coronavirus sono la prova di tale assunto.

  • Il Coronavirus è stato da una “congrega” di miliardari che vogliono dare vita ad un nuovo ordine mondiale. Così Paolo Barnard su Twitter. E la catena dei twitter continua.
  • Il Coronavirus, nome in codice Wuhan-400, è un’arma batteriologica creata dalla Cina che realizza una “profezia” preannunciata in un libro del 1981”. Una “fake news” che allude al raccontorio di massima sicurezza” di Wuhan.
  • Il Coronavirus, nome in codice Gorki-400, è un’arma batteriologica creata (questa volta) dall’Unione Sovietica. Per alludere in questo.
  • Il Covid-19 viene ritenuto non dimostrabili teorie della cospirazione vi sia anche quella che vede Bill Gates artefice della diffusione intenzionale del virus.
  • Il Covid-19 è l’inizio dell’apocalisse con giudizio divino ormai prossimo.“Tra le cose più belle della Bibbia ci sono le sue profezie: è uno dei modi che utilizza Dio per guadagnarsi la nostra fiducia. Le profezie che si avverano dimostrano alle persone che ci si può fidare della Bibbia”. Così l’introduzione di uno dei tanti video postati sui social network, caricati dagli influencer della cristianità.
  • Il coronavirus di Wuhan è solo uno degli esempi che la profezia della fine dei tempi si sta avverando. I media hanno contribuito a trascinare le persone nella paura del coronavirus. Gesù dice: “Non abbiate paure”. Questa epidemia doveva scoppiare, l’ha predetta Dio, ed è il segno che Gesù sta per arrivare. Vi faccio un appello: siate più preoccupati della vostra salute spirituale che del coronavirus”. Melvin Sandelin, il cui canale YouTube The Christian Life conta circa 80.000 iscritti in gran parte “fedeli”.
  • Il Coronavirus è dipeso dalla tradizione culinaria cinese e dai pipistrelli in particolare. Sono divenute virali le affermazioni di Luca Zaia del febbraio scorso, che richiamano una altrettanto virus”. I
  • Il Covid-19 si sarebbe sviluppato dalla zuppa di pipistrello e dalle abitudini culinarie cinesi.
  • In ultimo mercoledi 24 marzo è esploso sulle chat whatsupp il servizio del Tg3 Leonardo (Rai Tre) del 16 novembre 2015 su un supervirus polmonare Coronavirus creatopi, pericolosissimo per l’uomo (con annesse preoccupazioni)

In questi casi, la maggiore probabilità che gli utenti diffondano il contenuto azioni anche comportamentali efficaci.

I contenuti fake relativi al Covid-19 possono essere di vario tipo.

Contenuti appartenenti al mondo dei media tradizionali: giornali, servizi televisivi, opuscoli.

Tra questi, le breaking news o notizie dell’ultimo minutori della disinformazione.

Anche il click-baiting è una tecnica giornalistica che ben si presta a tattiche di disinformazione poiché prevede l’utilizzo di titoli sensazionalistici, a volte uniti ad immagini in evidenza create apposta per colpire e catturare l’attenzione o diffondere atteggiamenti allarmistici.

La dimensione è assolutamente globale. Molte analisi recenti, tra cui quella del DfrLab, hanno mostrato pare non ne sono esenti neppure i media tradizionali “vicini alle istituzioni” che anzi fanno proprie le dichiarazioni avvenute in tal senso da esponenti politici delle varie fazioni amplificandone la visibilità.

Fanno parte di questa tipologia di contenuti anche molte delle numerose animazioni e “infografiche” sulla diffusione dei contagi, il numero di morti o la velocità di diffusione del virus. Spesso alla grafica accattivante non si accompagna la giusta trasparenza ed il necessario rigore sulla descrizione dei criteri utilizzati per le analisi statistiche.

Contenuti virali appartenenti agli ambienti dell’ecosistema web e social: post su piattaforme social, articoli, blog, messaggi privati su chat o gruppi social tipo WhatsApp, “meme”, video fake, fake audio; fino ai contenuti tecnologicamente complessi come i deepfakes o le false discussioni alimentate tramite botnet preconfezionati per incrementare traffico di rete su un hashtag pilotati.

Non è un caso che in numerosi post social, agganciato all’hashtag #coronavirus frequentemente si trovino uniti termini riconducibili a teorie complottistiche mondiali #cospiracy e forme di censura prettamente cinese incidenti sulla reale entità del virus #censorship.

Ne fanno parte i contenuti reali accompagnati però a informazioni contestuali false, quelli spacciati come derivanti da fonti autorevoli che invece sono false oppure non credibili; i contenuti contraffatti con tecniche di editing multimediale, i contenuti semplicemente satirici o quelli gravemente falsi “fabbricati per distribuire fatti e creare allarmismo”.

False informazioni sulle cure; false informazioni su dove vengono scoperti nuovi casi; immagini o video che mostrano presumibilmente persone ammalate o decedute per il coronavirus; false informazioni sull’origine del virus.

Le fake news social/whatsapp sono chiari esempi:

La minestra d’aglio può farci guarire dal coronavirus.

Attenzione alle lettere e ai pacchi infetti provenienti dalla Cina.

Una delle catene circolate su WhatsApp faceva riferimento a Wuhan per – così si legge “collaborare con la task force che sta combattendo contro l’epidemia da Coronavirus”.

Il tenore di alcuni dei bizzarri consigli riportanti anche sinto grande (diametro circa 400-500 nanometri), quindi ogni tipo di mascherina può fermarlo: non servono, nella vita normale, mascherine speciali. Diversa è invece la situazione dei medici e dei sanitari che sono esposti a forti cariche del virus e devono usare attrezzature speciali”.

Su YouTube, Jordan Sather, uno degli altri auto ai suoi numerosi seguaci che “il coronavirus fosse una nuova malattia pianificata a tavolino per aiutare le case produttrici di vaccini”.

Allo stesso modo, su Facebook, non è difficile imbattersi in diversi Gruppi peraltro pubblici come “QAnon QClearance 8chan + related articles 2 Staqe 2” densi di contenuti e video “ingannevoli”

L’app di condivisione di video brevi, TikTok, è stata tra quelle particolarmente attive in ambito circa 2,4 milioni di visualizzazioni prima di essere rimosso.

Che dire poi di quei post divulgativi di finti consigli medici con finalità preventive e addirittura curative.

“Ingerire biossido di cloro può aiutare ad annientare il virus”.

“Le maschere chirurgiche proteggono dal Covid-19”.

“I prodotti a base di argento colloidale proteggono dalle infezioni del coronavirus”.

Alcuni sono arrivati a scrivere che “il coronavirus modifica il colore del sangue umano” o che “strofinare l’olio di sesamo sulla pelle potrebbe bloccare il coronavirus”.

Molti di questi contenuti sono stati opportunamente smentiti dal team EPI-WIN, il programma dell’agenzia delle Nazioni Unite – abbreviazione di WHO Information Network for Epidemics, che si occupa della divulgazione di informazioni accurate e puntuali derivanti da fonti attendibili. Lo ha fatto ai contenuti fake che intendono rettificare.

Sulle modalità attraverso le quali vengono distribuite le fake news, può essere utile per comprendere la portata “virale” dei contenuti ed esaminarne i punti di propagazione. Capire come si diffondono le notizie false è infatti un primo passo verso la relativa riduzione.

Le tecniche della manipolazione sono in realtà già abbastanza note ai più attenti e tutte si basano su strategie di microtargeting di natura psicografica ed emozionale. “Trollare” è un termine altrettanto di vere e proprie troll-farm.

E in tutto un ruolo abilitante del disturbo dell’informazione di primordine. Una larga percentuale di persone si informa più dai social media che da qualsiasi altra fonte. Vale per i millennial, in particolar modo anche se gli adulti non ne sono immuni.

L’effetto che uno a uno o uno a tanti, rimbalzano la notizia in modo estremamente veloce e pervasivo.

Secondo un recente studio del MIT, le notizie false hanno il 70% in più di probabilità di essere ritwittate rispettorie vere, con la verità che viaggia sei volte più lentamente della menzogna.

Chiamano questo di basarsi sul social Twitter esaminando la diffusione di notizie vere e false pubblicate sul social dal 2006 al 2017.

E ai contenuti “rilanciati” dagli utenti comuni si aggiungono quelli veicolati dai vari gruppi di influenza sul social, quelli generati dalle reti di bot e fabbriche di troll e non ultimi quelli amplificati dai giornalisti.

Quando vediamo più messaggi sullo stesso argomento così tante volte!”

Il problema chiaramente si amplifica ulteriormente quando utenti esperti o autorevoli, a partire dai politici, prestano più o meno consapevolmente “il fianco” alla cattiva informazione.

“La disinformazione durante le epidemie di malattie infettive potrebbe rendere più gravi questi focolai” scrive Julii Brainard.

“La cosa che preoccupante, è che è più probabile che le persone condividano cattivi consigli sui social media, piutto che buoni consigli da fonti fidate” Paul Hunter.

Il professor Paul Hunter, espertori di uno studio estremamente interessante sugli effetti della condivisione di informazioni pericolosamente errate sulla salute umana in contesti epidemiologici.

Le loro conclusioni evidenziano con rigore scientifico e lucidità come la circolazione di contenuti fuorvianti durante un’epidemia contribuisca a rendere l’epidemia più grave e come al contrario ridurne la quantità potrebbe mitigarne l’effetto basarsi sui dati reali relativi alle influenze norovirus e monkeypox.

Per combattere le fake news, l‘OMS, ha richiesto anche la collaborazione dei social network.

“Chiediamo loro di filtrare le informazioni false e di promuovere informazioni accurate da fonti credibili come l’OMS, il CDC e altri. E li ringraziamo per gli sforzi compiuti fino ad ora”, ha affermatori di verità che disperdono i fatti e sfatano i miti. “

Un interventori delle piattaforme digitali, che avrebbero un potere enorme nello stabilire cosa sia fake e cosa no. Devono essere le Istituzioni, oggi quelle sanitarie, ma anche quelle politiche, che devono stare di più e meglio sui social media.

Chi ha visto maggiore. La questione dunque va affrontata a monte. E ancora un’educazione digitale dovrebbe essere parte strutturale dei programmi di studio, almeno dalle scuole medie inferiori.

Un post fuorviante sul coronavirus può semplicemente “saltare le piattaforme”, quindi se Facebook cancella un post, questo da Twitter a YouTube.”

Le piattaforme digitali hanno risposto varie restrizioni indirizzate contro le applicazioni ritenute non affidabili perché non certificate da enti istituzionali o di ricerca riconosciuti.

In Apple le app con le informazioni mediche attuali devono essere presentate da un’istituzione riconosciuta. In Google, previsti restrizioni e controlli sui contenuti che mancano di ragionevole sensibilità o capitalizzano su disastri naturali, atrocità, conflitti, morti o altri eventi tragici e che paiono voler trarre profitto tragico senza benefici evidenti per le vittime

Twitter accoglie solo fonti ufficiali quali l’OMS e il CDC nei risultati di ricerca tramite il termine “coronavirus”.

In Facebook, quando le persone cercano informazioni relative al virus, si attiva un pop-up educativo con informazioni attendibili multilingue. Un portavoce del social riferisce “Abbiamo pensato a fornire all’OMS “tutte le pubblicità gratuite di cui hanno bisogno”, nonché “milioni di crediti pubblicitari in più ad altre organizzazioni”.

Instagram sta bloccando o limitando gli hashtag utilizzati per diffondere la disinformazione attraverso popup mirato che in caso di ricerche basate su termini come “coronavirus” riportano alla pagina informativa dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Per i video a tema epidemia, YouTube include una dichiarazione di non responsabilità e un collegamento a Wikipedia ed alla Organizzazione mondiale della sanità.

Pinterest reindirizza gli utenti che cercano coronavirus ad una pagina che fornisce, in forma di immagini, tutte le informazioni utili in tema coronavirus; un’apposita pagina viene inoltre destinata alla “messa a nudo” delle principali leggende metropolitane che circolano sull’epidemia.

WhatsApp, Signal, iMessage e Telegram, essendo critto-end, invece, mal si prestano a strategie mirate contro i contenuti fake virali.

Lo sto”.

La nostra percezione e la nostra fiducia viene orientata dalle emozioni piuttori dell’informazione ma anche insidioso per i semplici ingenui del web.

E un detto sopra: “due terzi di quello che vediamo è dietro i nostri occhi”.

La lotta alla disinformazione è dunque trasversale. È una sinergia da potenziare attraverso la costituzione di partnership affidabili dotate di conoscenze interdisciplinari e dove proprio il contributo culturale a lungo termine, da implementare a livello formativo a cominciare dalle scuole, teso allo sviluppo negli individui di approcci critici, ma non scettici, verso le informazioni che si ricevono:

Consultare e confrontare più fonti di informazione.

Non condividere senza verificare.

Se capita di diffondere un contenuto falso, cercare di correggere velocemente e con la stessa enfasi.

Usare il pensiero critico.

Soprattutto oggi, tempo in cui stiamo combattendo già un virus.

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