L’altro virus invisibile hate speech

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hate speech l’altro virus

Dopo la trattazione del “virus” delle fake news  (30 marzo) ci occupiamo di un altro germe che, al pari del primo, si sta estendendo senza i controlli fisici possibili per il Covid-19, in modo incontrollato tra gli internauti; basti pensare ai commenti che si scatenano ad ogni conferenza stampa al Presidente del Consiglio, con ultrà – tutti “esperti” virologi, infettivologi, epidemiologi, economisti e giuristi – che si scagliano confortati dalle proprie “competenze”, alimentate dall’altro virus delle fake news.

Poche persone riescono ad essere felici senza odiare qualche altra persona, nazione o credo”.

Questa affermazione di Bertrand Russell è oggi più che mai attuale se consideriamo la diffusione dell’hate speech su Internet.

Delimitare i conto di esplorazione è quello della Rete, con i suoi confini sfumati.

Con l’avventori, centri universitari, ecc.), ma anche, e in modo crescente, da soggetti individuali, non professionisti, che costituiscono una galassia di fonti informative informali.

Ogni giorno tutti noi, in modo più o meno consapevole, possiamo condividere on line informazioni o contenuti, che potrebbero essere potenzialmente discriminatori e usati per attaccare determinate categorie di persone.

La fruizione di questa massa di informazioni e notizie è poi condizionata dalla discrepanza esistente nell’opinione pubblica tra la percezione di alcuni fenomeni e la loro consistenza oggettiva.

I dati reali su alcuni temi sono quasi sempre moltono di raggiungere in pochi secondi milioni di persone e di convogliare in pochi click malessere, qualunquismo, sofferenza e volgarità su alcuni bersagli.

Elemento di fatti di cronaca che ridestano periodicamente l’odio.

Nella realtà occorre tener conto di ciò che i “padroni della rete”, ovvero le principali aziende “social”, intendono e sanzionano come hate speech nelle loro normative.

Per Facebook, “Sono vietati i contenuti che si configurano come attacchi, sia reali che percepiti, indirizzati a una persona o un gruppo di persone in base a razza, etnia, nazionalità di origine, religione, sesso o identità sessuale, orientamento sessuale, disabilità o malattia”.

Twitter non fornisce una propria definizione di hate speech, ma vieta di “promuovere la violenza contro una persona, attaccarla direttamente o minacciare altre persone in base a razza, etnia, origine nazionale, orientamento sessuale, sesso, identità sessuale, religione, età, disabilità o malattia”.

Google/YouTube, invece, dedica una pagina all’hate speech: “Con incitamento/identità sessuale”.

Yahoo è una delle aziende più severe nel reprimere i contenuti illeciti e molesti. Per identificarli si basa su un algoritmo, costruito grazie all’analisi di contenuti offensivi valutati da essere umani, che non si ferma alla mera ricerca di parole chiave, ma considera il tenore delle frasi per l’identificazione di discorsi d’odio.

Il tasso di precisione è ritenuto del 90% circa. Yahoo punta anche a rendere disponibile a terze parti la sua banca dati, in modo che altri siti possano utilizzarla al fine di progettare il loro algoritmo contro l’hate speech.

Nella diffusione dell’hate speech le responsabilità sono molteplici: alcuni esponenti politici utilizzano spesso strumentalmente i discorsi d’odio al fine di ottenere il consenso popolare; i social media, in nome della libertà di espressione, non contrastano la diffusione virale di contenuti falsi e distorti, demagogici e propagandistici; chi riveste funzioni pubbliche e/o istituzionali, tra cui i giornalisti, non sempre sembra mostrare piena consapevolezza del potere dei discorsi d’odio e degli effetti che producono, in particolare quando ripresi dai social media.

A questo di riprodurre pregiudizi e stereotipi.

In questorie e di integrazione, oltre a rendere più difficile il processo di dialogo interculturale tra “vecchi” e “nuovi” cittadini.

Il Governo ha avviato.

In attesa delle conclusioni del team governativo, che potrebbero essere falsate dal periodo stori dell’etere durante il lockdown in corso con un importante stress psicologico.

Oggi, in questa situazione d’emergenza devono essere i media ad interrogarsi seriamente su come affrontare l’hate speech online, lo richiede la deontologia professionale; non è questione di libertà di pensiero ma di coscienza professionale.

Emblematico il caso de La Stampa, che, tra i commenti su articolo online, ha bannato.

Il problema nasce quando si dimentica di esser giornalisti e si fa da amplificatore ai politici di destra o sinistra che siano. Il giornalismo, così, si riduce a mero arbitro in uno scontro virtuale da bar che regala solo sfoghi infimi, inutili.

I giornalisti dovrebbero educare all’informazione e gli utenti dovrebbero fermarsi alla informazione quando corretta; così da rimanere “persone” anche tramite una “buona” notizia.

«Una nuova etica giornalistica parte dal contrasto rappresenta la regola.

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