Benritrovati sul nostro blog! Prima di immergerci nelle atmosfere siciliane della puntata di oggi, ci teniamo a fare un piccolo promemoria per chi ci segue da poco.
Il nostro salotto di approfondimento si divide in due anime: da una parte c’è il Forensics Caffè, il nostro tradizionale appuntamento del lunedì su YouTube dedicato all’analisi tecnica e giuridica dei temi forensi; dall’altra c’è “(messin) scena del crimine”, il format in diretta su Instagram dove Giuseppe Cammaroto, Sonia Cenceschi e Chiara Meluzzi accompagnano l’attore Luca Maciacchini esplorando il mondo della giustizia avvalendosi della magia e della potenza dell’arte, del cinema e della letteratura.
In questa nuova puntata, abbiamo affrontato un mostro sacro della nostra letteratura e del nostro cinema: “Il giorno della civetta”, partendo dal romanzo del 1961 di Leonardo Sciascia per arrivare alla celebre trasposizione cinematografica di Damiano Damiani.
Sciascia e la civetta: quando il crimine non ha più paura del giorno
Leonardo Sciascia, nato nel 1921 a Racalmuto e fortemente influenzato da Pirandello, è stato uno dei più acuti osservatori della realtà siciliana.
Come ha spiegato Luca in chiusura di puntata, il titolo dell’opera racchiude in sé un significato potentissimo. Prende spunto da una citazione dell’Enrico VI di Shakespeare: la civetta è un animale notturno, ma in questo caso rappresenta la mafia che, ormai forte e arrogante, non ha più bisogno di nascondersi nel buio, ma colpisce alla luce del sole, in mezzo alla gente.
La storia parte proprio da un omicidio eclatante: Salvatore Colasberna, un piccolo imprenditore edile “colpevole” di aver rifiutato di pagare il pizzo alla mafia, viene ucciso. Nel libro l’agguato avviene sul predellino di una corriera affollata, mentre nel film si consuma per strada. A indagare viene chiamato il Capitano dei Carabinieri Bellodi, un uomo di origini emiliane che porta con sé un rigore morale incrollabile.
Il film: la regia degli sguardi e dei silenzi
La trasposizione cinematografica di Damiano Damiani vanta un cast stellare: dal glaciale Franco Nero (Bellodi) alla tormentata Claudia Cardinale (Rosa Nicolosi), fino al magistrale Lee J. Cobb (che avevamo già incontrato ne La parola ai giurati) nel ruolo del boss Don Mariano Arena.
Luca ha evidenziato una scelta registica geniale che si sposa perfettamente con l’essenza dell’opera: il film si gioca tutto sulle distanze, sugli sguardi e sui non detti. La caserma dei Carabinieri e la casa del boss si fronteggiano. Bellodi spia i mafiosi col binocolo, e i mafiosi sanno di essere spiati. I codici di comunicazione della criminalità non passano per vie ufficiali, ma attraverso cenni d’intesa e messaggi in codice, in una continua e silenziosa partita a scacchi tra Stato e Antistato.
L’omertà e la celebre classificazione degli uomini
Due sono i concetti chiave che emergono prepotentemente dall’opera e che sono stati analizzati in puntata:
- L’Omertà: Giuseppe ha ricordato la scena emblematica del libro in cui, subito dopo l’omicidio sulla corriera, i passeggeri si dileguano magicamente. Sconvolgente è la figura del venditore di panelle all’angolo della strada che, interrogato su chi avesse sparato, risponde meravigliato: “Perché, hanno sparato?”.
- L’umanità secondo Don Mariano: Durante l’unico vero faccia a faccia tra il Capitano e il boss, quest’ultimo espone la sua celebre e cinica divisione dell’umanità. Ci sono gli uomini (rarissimi), i mezz’uomini, gli ominicchi, i ruffiani (o pigliainculo nel romanzo) e infine la massa dei quaquaraquà. Nonostante siano su fronti opposti, Don Mariano riconosce nel Capitano Bellodi la dignità di un vero “Uomo”, pur considerandosi egli stesso al di sopra della giustizia terrena.
Agghiacciante, in questo senso, è la retorica mafiosa che attraversa l’opera: l’idea che la mafia “non esista”, che sia solo “un modo di essere”, e che la cultura sia un disvalore rispetto all’ignoranza, necessaria per assecondare il sistema dei “favori”.
L’eredità di Sciascia: ci sono ancora dei Capitani Bellodi?
La discussione si è poi spostata sull’attualità. Il problema del pizzo, degli appalti truccati e del cemento depotenziato è purtroppo ancora reale. Viene quindi da chiedersi: esistono ancora i Capitani Bellodi? La risposta di Luca è un convinto sì. Non ci sono solo figure mediaticamente note come i magistrati Gratteri o Di Matteo, ma ci sono innumerevoli servitori dello Stato, persino i semplici Carabinieri delle nostre piccole città, che ogni giorno portano avanti questo ideale. Anche noi, come cittadini, possiamo essere dei piccoli Bellodi compiendo gesti quotidiani di legalità, come il semplice chiedere lo scontrino al bar.
L’eredità di Sciascia, come sottolineato da Giuseppe, non è nel finale (dove apparentemente la mafia sembra vincere grazie agli insabbiamenti politici), ma nella scelta. L’opera ci mette davanti a uno specchio e ci chiede di scegliere il nostro ruolo nella società: vogliamo essere il Capitano, il mafioso, o il testimone omertoso che si gira dall’altra parte?.
Consigli di lettura e prossimi appuntamenti
Oltre ovviamente a Il giorno della civetta, Luca Maciacchini ha suggerito di recuperare l’ultima raccolta postuma di Sciascia, “A futura memoria (se la memoria ha un futuro)”, fondamentale per comprendere le lucide e talvolta critiche visioni dell’autore sull’antimafia.
I prossimi appuntamenti: Il nostro calendario è ricchissimo!
- Vi aspettiamo Lunedì alle 19:30 sul nostro canale YouTube per il Forensics Caffè.
- Mercoledì 26 Novembre, eccezionalmente in concomitanza con le tematiche della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, tornerà “(messin) scena del crimine” su Instagram. Analizzeremo il drammatico e bellissimo film “Un giorno perfetto” del regista Ferzan Özpetek.
Non mancate, vi aspettiamo numerosi! E se non lo fate già, seguite la nostra pagina per supportare questo progetto di divulgazione.
13 novembre 2025













