Benritrovati sul nostro blog con “Un giorno perfetto”! Iniziamo con un piccolo promemoria per chi si fosse unito da poco alla nostra community: il nostro progetto di divulgazione si divide in due grandi salotti. Da una parte abbiamo il Forensics Caffè, lo spazio dedicato agli approfondimenti prettamente tecnico-giuridici; dall’altra abbiamo “(messin) scena del crimine”, il nostro format in diretta su Instagram dove la giustizia, il crimine e le aule di tribunale vengono esplorate esclusivamente attraverso la lente potente dell’arte, del cinema e della musica.
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In questa puntata (caratterizzata da un “bello della diretta” che ha visto il nostro Luca Maciacchini partecipare solo in versione voce fuori campo a causa dei capricci di Instagram!), abbiamo affrontato un tema drammaticamente attuale, in concomitanza con la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Guidati da Chiara Meluzzi e Luca Maciacchini, abbiamo analizzato un film duro, crudo e spiazzante: “Un giorno perfetto” (2008) del regista Ferzan Özpetek, tratto dall’omonimo romanzo di Melania Mazzucco.
La trama: una normale, agghiacciante discesa all’inferno
A differenza di altre pellicole di Özpetek, qui non c’è spazio per le atmosfere corali e rassicuranti. Il film, ambientato a Roma nell’arco di sole 24 ore, segue la vicenda di Emma (Isabella Ferrari) e Antonio (Valerio Mastandrea). I due sono separati, lei fa tre lavori (tra cui la centralinista) per mantenere i due figli, mentre lui non si rassegna alla fine del matrimonio e assume atteggiamenti tipici dello stalker: appostamenti notturni sotto casa, telefonate continue e minacce.
Il paradosso inquietante, come ha fatto notare Luca, è che Antonio di mestiere fa il poliziotto. È un uomo che dovrebbe garantire la sicurezza pubblica (fa da scorta a un politico corrotto ed egocentrico, le cui vicende familiari si intrecciano con quelle dei protagonisti), ma che nel privato si trasforma in un carnefice, pronto a usare l’arma d’ordinanza per un crimine dettato dal proprio fallimento.
La regia: claustrofobia, sguardi e il “non detto”
L’analisi cinematografica della pellicola ci ha svelato come Özpetek costruisca l’angoscia psicologica attraverso le inquadrature:
- Il senso di vuoto: Il film si apre con movimenti di macchina stralunati, alternanze di buio e luce, e inquadrature verticali della tromba delle scale del condominio, che restituiscono un senso di nausea e sembrano quasi evocare costantemente l’idea del suicidio o del lasciarsi cadere.
- La trappola dell’auto: In una scena drammatica in cui Antonio costringe Emma a salire in macchina, la regia sottolinea l’assedio. Antonio è inquadrato in modo fisso, mentre su Emma la macchina da presa compie movimenti semicircolari per trasmettere il suo sentirsi in trappola.
- Verso la luce: Quando Emma riesce a sfuggire a un tentato stupro divincolandosi dall’auto, la vediamo fuggire su per le scale verso un cielo azzurro e aperto (la salvezza), mentre Antonio viene lasciato inquadrato in basso, al buio, isolato nella sua disperazione.
Una “Medea al contrario” e la potenza dell’implicito
Il culmine tragico del film è devastante. A dispetto di quanto lo spettatore possa immaginare, Antonio non ucciderà la moglie. In una sorta di “Medea al contrario”, rapirà i figli e, dopo essersi barricato in casa, li ucciderà per poi togliersi la vita sparandosi in bocca.
La scelta magistrale di Özpetek, che Chiara ha profondamente elogiato, è quella di lavorare sull’implicito comunicativo e visivo. L’omicidio non viene mostrato. Sentiamo solo i colpi di pistola da fuori campo e le urla disperate della bambina che chiede “Papà, perché?”, per poi piombare nel silenzio. Anche quando la polizia entra in casa, non vediamo il sangue, ma solo dettagli atroci: una mano, un piede in un paio di jeans, un giocattolo. Come ne La vita è bella di Benigni, non mostrare l’orrore in modo esplicito costringe lo spettatore a immaginarlo, rendendo l’impatto emotivo ancora più straziante.
L’angoscia è acuita dal montaggio alternato: mentre la polizia scopre la mattanza, vediamo la nonna (Stefania Sandrelli) che a casa sua decora pacificamente un aquilone per il nipotino. L’aquilone, simbolo di innocenza e libertà, che purtroppo non volerà mai più.
Oltre il genere: una violenza che non risparmia nessuno
La puntata si è conclusa con una riflessione importante sollevata dai conduttori. La violenza di genere e domestica è una piaga assoluta che va combattuta con la cultura e la legalità. È fondamentale ricordare che la violenza è violenza sempre, a prescindere dal genere del perpetratore e da quello della vittima, e che esiste drammaticamente anche all’interno delle coppie dello stesso sesso.
Infine, un pensiero doveroso è andato alle vittime più silenziose di queste tragedie: i figli, che troppo spesso rimangono “orfani due volte”.
Consigli di Lettura
Oltre al romanzo “Un giorno perfetto” di Melania Mazzucco da cui è tratto il film, i nostri conduttori vi suggeriscono due saggi recenti per approfondire queste tematiche:
- “Mai più Cosa Nostra, Mai più Cosa vostra” di Ilaria Ramoni e Fabio Roia.
- “Tutti gli uomini possono cambiare le cose. Come essere uomini oggi” di Irene Facheris.
Il Prossimo Appuntamento Il viaggio di “(messin) scena del crimine” vi dà appuntamento tra due settimane! Cambieremo completamente registro e decennio: parleremo di uno dei più clamorosi casi di errore giudiziario e malagiustizia della storia italiana, analizzando il film “Girolimoni, il mostro di Roma” con il grande Nino Manfredi.
Vi aspettiamo come sempre numerosi sui nostri canali, e non dimenticate il nostro appuntamento del lunedì con il Forensics Caffè!
27 novembre 2025













