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“(messin) scena del crimine”: La zona di interesse e il rumore assordante dell’indifferenza

Giornata della memoria, La zona di interesse. Benritrovati sul nostro blog! Prima di immergerci nella profonda riflessione di oggi, facciamo il nostro consueto e doveroso ripasso per i nuovi lettori: il nostro progetto di divulgazione viaggia su due binari paralleli. Da una parte abbiamo il Forensics Caffè, il salotto dedicato all’analisi strettamente tecnica e procedurale delle tematiche forensi; dall’altra c’è “(messin) scena del crimine”, il format in cui esploriamo la giustizia, i crimini e la società unicamente attraverso la potente lente dell’arte, del cinema e della musica.

RIVEDI IL VIDEO DELLA PUNTATA

In occasione del Giorno della Memoria, i nostri conduttori Sonia e Luca Maciacchini hanno scelto di analizzare un’opera cinematografica che ribalta completamente la narrazione tradizionale sull’Olocausto: il pluripremiato e disarmante film “La zona di interesse” (2023) del regista Jonathan Glazer.

Rudolf Höss e la distopica banalità del male

Il film ci porta ad Auschwitz nel 1942, ma con una prospettiva agghiacciante: lo sterminio non si vede mai. La pellicola racconta l’ultima fase della carriera di Rudolf Höss (da non confondere con Hess), l’ufficiale delle SS che ideò e costruì il campo di concentramento di Auschwitz e che introdusse l’uso letale dell’acido cianidrico nelle camere a gas.

Lungi dall’essere ritratto come un mostro ringhiante, Höss ci viene mostrato nella sua ordinaria normalità di padre di famiglia. Vive in una splendida villetta, costruita a pochi metri dal muro del campo, insieme alla moglie e ai cinque figli. Vediamo la famiglia fare il bagno nel fiume, coltivare il giardino, provare vestiti e festeggiare compleanni, mentre a pochi passi da loro si consuma il più grande genocidio della storia.

Come ha ricordato un ascoltatore durante la diretta, siamo di fronte alla perfetta incarnazione della “banalità del male”: la distopica normalità del quotidiano che convive pacificamente con la totale disumanizzazione. Una normalità fatta di frasi aberranti pronunciate con totale apatia, come quando la moglie di Höss minaccia un’inserviente dicendole: “Potrei chiedere a mio marito di spargere le tue ceneri nel campo, se lo volessi”.

“Giustizia acustica”: il terrore che non si vede, ma si sente

La vera genialità del film di Glazer risiede in quella che Luca ha definito una vera e propria “colonna acustica”, più che sonora. Lo schermo rimane nero per i primi due minuti, riempito solo da rumori inquietanti e voci che sembrano provenire dall’inferno.

Per tutto il film, i rumori di fondo del campo di concentramento (colpi di pistola, forni crematori, urla strazianti) arrivano ovattati in lontananza, trattati come se fossero un fastidio trascurabile. La scena forse più straziante, ricorda Luca, è quella in cui la moglie ammira la bellezza dei fiori del suo giardino e, mentre la cinepresa inquadra i petali, in sottofondo si sentono le urla di un deportato torturato, fino a quando lo schermo non si tinge improvvisamente di un rosso sangue.

Come è possibile l’apatia?

Di fronte a ragazzini che giocano con denti d’oro rubati ai cadaveri, ci si chiede: come è possibile questa totale assenza di empatia? Durante la puntata sono state offerte due chiavi di lettura formidabili:

  1. L’assenza di umanità: Citando il libro di Benedetta Tobagi sui terroristi degli anni di piombo, Luca suggerisce che alcune persone nascano semplicemente con un “deficit di subconscio”, un’incapacità congenita di provare empatia, che permette loro di giustificare qualsiasi atrocità dietro a “ragioni superiori”.
  2. L’erosione dell’empatia: Sonia ha citato il saggio Il cuore vigile di Bruno Bettelheim (sopravvissuto a Dachau e Buchenwald), il quale spiega come in una società tecnologica e totalitaria si assista a una progressiva “erosione della coscienza critica e dell’autonomia morale”. Un monito attualissimo, perché l’anestesia dell’empatia è un rischio che corriamo ancora oggi nella nostra società.

Il finale: un monito inascoltato

Il film rifugge dal classico finale catartico. Negli ultimi minuti, vediamo Höss scendere delle scale in preda a conati di vomito. Improvvisamente, la narrazione compie un salto temporale e ci mostra il campo di Auschwitz ai giorni nostri, trasformato in museo, con delle inservienti che puliscono distrattamente le vetrate e i forni. Come fa notare Sonia, è la dimostrazione che tutto torna “normale”: l’orrore diventa un monumento pulito, lasciandoci il dubbio amaro che il monito della storia sia rimasto inascoltato.

Consigli di visione e lettura

Per approfondire questa tematica fondamentale, i nostri conduttori vi suggeriscono:

  • Se questo è un uomo di Primo Levi e La banalità del male di Hannah Arendt.
  • “Shoah” di Claude Lanzmann (un monumentale documentario di 10 ore).
  • “Il cuore vigile” di Bruno Bettelheim (Ed. Adelphi).
  • “Giustizia acustica. Ascoltare ed essere ascoltati” di Brandon LaBelle, per comprendere come l’ascolto possa essere uno strumento critico di indagine e riconoscimento sociale.

Il Prossimo Appuntamento Segnatevi la data: “(messin) scena del crimine” torna in diretta Martedì 11 Febbraio! Affronteremo il terzo capitolo dedicato alla “Canzone giudiziaria”. Esploreremo l’avanguardia del Cantacronache, il collettivo nato negli anni ’50 che ha dato il via alla canzone sociale e d’autore italiana, analizzando le opere di artisti come Italo Calvino e Fausto Amodei.

Vi aspettiamo come sempre numerosi per continuare a riflettere insieme!

29 gennaio 2026

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